Milano torna ad essere il fulcro di un’importante indagine fiscale che vede protagonista il gigante dell’e-commerce, Amazon. La Procura del capoluogo lombardo ha avviato un nuovo procedimento per una presunta evasione fiscale che si stima possa ammontare a diverse centinaia di milioni di euro. Al centro delle attenzioni degli inquirenti vi è l’ipotesi di una “stabile organizzazione occulta”, attraverso la quale la multinazionale avrebbe generato redditi in Italia senza dichiararli al fisco.
Le perquisizioni e i soggetti coinvolti
Su delega del pubblico ministero Elio Ramondini, la Guardia di Finanza di Monza ha eseguito una serie di perquisizioni che hanno interessato diverse sedi nevralgiche. I militari si sono recati presso gli uffici milanesi di Amazon in via Monte Grappa, nelle abitazioni di sette manager della società (attualmente non indagati) e presso la sede della società di consulenza Kpmg, anch’essa non coinvolta direttamente nell’indagine. L’obiettivo delle perquisizioni è stato quello di acquisire documenti e dispositivi informatici, inclusi computer e hard disk, per ricostruire i flussi finanziari e le dinamiche operative del gruppo nel periodo compreso tra il 2019 e l’agosto 2024.
L’indagine, coordinata dal pm Ramondini, già titolare di altri fascicoli su Amazon, si concentra in particolare sulla società lussemburghese Amazon EU Sarl, la principale entità del gruppo che gestisce le attività europee, e sulla sua amministratrice, Barbara Scarafia, a cui viene contestata l’omessa dichiarazione dei redditi.
La tesi della Procura: una presenza non dichiarata
Secondo l’ipotesi accusatoria, Amazon avrebbe operato in Italia attraverso una struttura permanente e non dichiarata ben prima dell’agosto 2024, data in cui il gruppo ha formalmente aderito a un programma di “adempimento collaborativo” con l’Agenzia delle Entrate, iniziando a versare le imposte nel nostro Paese. L’indagine sarebbe partita dalle rivelazioni di un “whistleblower”, un dirigente ascoltato come testimone in un precedente procedimento, le cui dichiarazioni, unite ad ulteriori accertamenti, hanno rafforzato i sospetti degli inquirenti.
Un elemento chiave dell’inchiesta riguarda il destino di 159 dipendenti di Amazon Italia Service. Questi lavoratori, principalmente account manager che si occupavano di contattare i grandi venditori per la piattaforma, sarebbero stati formalmente trasferiti sotto l’egida di Amazon EU Sarl solo dopo che quest’ultima ha regolarizzato la propria posizione fiscale in Italia. Prima di tale data, secondo gli investigatori, l’attività in Italia era gestita interamente dalla società lussemburghese, che considerava i dipendenti italiani come un mero “supporto”, una situazione che una consulenza della stessa Kpmg aveva definito “a rischio”.
La reazione di Amazon e i precedenti
Amazon ha reagito con una nota ufficiale, definendo l’azione della Procura “sorprendente e profondamente preoccupante”. L’azienda sostiene di essere attivamente impegnata in un dialogo trasparente con le autorità fiscali italiane e considera le azioni intraprese “aggressive e del tutto sproporzionate”. La multinazionale ha inoltre ribadito di pagare “tutte le tasse dovute in Italia” e di essere “uno dei primi 50 contribuenti del Paese”, sottolineando gli ingenti investimenti effettuati in Italia, pari a oltre 25 miliardi di euro negli ultimi 15 anni, con la creazione di più di 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato.
Questa non è la prima volta che Amazon finisce nel mirino della magistratura milanese. Lo scorso dicembre, il colosso dell’e-commerce ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate, versando 511 milioni di euro per chiudere una controversia relativa al mancato versamento dell’IVA. Da quel procedimento ne è scaturito un altro per l’ipotesi di “contrabbando per omessa dichiarazione”, che coinvolge anche una rete di presunti “prestanome” per la vendita di prodotti importati dalla Cina.
Il contesto più ampio delle indagini fiscali
L’attuale indagine si inserisce in un contesto più ampio di attenzione da parte delle autorità italiane verso le pratiche fiscali delle grandi multinazionali del web. L’ipotesi di “stabile organizzazione occulta” è uno strumento giuridico utilizzato per accertare se una società estera abbia una presenza fisica e operativa in Italia tale da giustificare l’imposizione fiscale sui redditi qui prodotti. Il caso di Amazon evidenzia la complessità di definire i confini della tassazione nell’era dell’economia digitale, dove le operazioni sono spesso transfrontaliere e gestite da entità legali situate in paesi a fiscalità agevolata.
L’esito di questa nuova inchiesta sarà fondamentale per stabilire un precedente importante e per definire con maggiore chiarezza gli obblighi fiscali delle piattaforme di e-commerce che operano sul territorio nazionale. La fase delle indagini è ancora preliminare e sarà compito della magistratura accertare se sussistano effettivamente gli elementi per configurare un’evasione fiscale.
