Un vero e proprio terremoto politico e istituzionale si è scatenato in seguito alle dichiarazioni del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, figura di spicco della magistratura antimafia. In un’intervista rilasciata al Corriere della Calabria, Gratteri ha affermato che a sostenere il “sì” al referendum sulla giustizia sarebbero “indagati, imputati, gli appartenenti alla massoneria deviata e a tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Parole affilate come lame che hanno immediatamente incendiato il dibattito, provocando una frattura non solo tra magistratura e politica, ma anche all’interno della stessa categoria delle toghe.

La reazione veemente del mondo politico

La risposta da parte della politica, in particolare dal centrodestra e dai promotori del “sì” al referendum, è stata immediata e durissima. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si è detto “sconcertato” e ha evocato con sarcasmo la necessità di un esame psicoattitudinale non solo all’inizio, ma anche alla fine della carriera dei magistrati. Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di “insulti a casaccio”, arrivando a ipotizzare una denuncia contro il procuratore. Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha definito Gratteri “indifendibile”.

Anche le più alte cariche dello Stato sono intervenute per stigmatizzare le affermazioni del magistrato. Il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di dichiarazioni “prive di verità” che “offendono milioni di cittadini”, auspicando un passo indietro da parte di Gratteri per abbassare i toni dello scontro. Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, si è detto “stupito e dispiaciuto”, rinnovando l’appello a un dibattito sobrio e costruttivo. Il ministro per gli Affari Europei, Tommaso Foti, ha respinto con forza l’etichetta di “indagato o massone”, rivendicando la legittimità della sua posizione favorevole alla riforma.

La magistratura si spacca: la fronda dei 51 e il silenzio dell’ANM

Le parole di Gratteri non hanno solo provocato la reazione della politica, ma hanno creato una spaccatura profonda e inedita all’interno della magistratura. In un’iniziativa senza precedenti, 51 magistrati provenienti da tutta Italia hanno firmato un comunicato durissimo per dissociarsi dal collega. Nella nota, i firmatari hanno puntato il dito contro “l’assordante silenzio dell’Anm” (Associazione Nazionale Magistrati) e si sono scusati “con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati” dalle affermazioni del procuratore. La conclusione del comunicato è una sfida diretta: “aumentano le adesioni dei Magistrati che votano sì, ci indaghi tutti signor Gratteri“.

La vicenda è approdata anche sul tavolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). I consiglieri laici di centrodestra hanno chiesto l’apertura di una pratica disciplinare, definendo le parole di Gratteri “gravissime” e “arroganti”. Tuttavia, la maggioranza dei consiglieri togati ha frenato, esprimendo preoccupazione per “il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario” e ricordando che l’azione disciplinare spetta al Ministro della Giustizia e al Procuratore Generale presso la Cassazione. Questa posizione ha suscitato l’ira del ministro Nordio, che ha definito il documento del Csm un concentrato di “espressioni contorte” con una “minima credibilità”.

La difesa di Gratteri e il contesto referendario

In seguito alla bufera, Nicola Gratteri è intervenuto in televisione, a Piazzapulita su La7, per precisare la sua posizione. Il procuratore ha sostenuto di essere stato frainteso e che le sue parole, estrapolate da un discorso più ampio sulla lotta alla ‘ndrangheta in Calabria, sono state strumentalizzate. “Non ho mai detto che tutti quelli che voteranno Sì sono mafiosi, imputati o massoni deviati“, ha chiarito, accusando chi lo afferma di agire in malafede per “alzare lo scontro”. Ha poi rivendicato il suo diritto a esprimere un’opinione e ha ribadito il suo impegno per il “no” alla riforma, affermando di non temere minacce di procedimenti disciplinari.

Questo scontro si inserisce in una campagna referendaria dai toni sempre più accesi. Il centrodestra, compatto sul fronte del “sì”, accelera la mobilitazione, con la premier Giorgia Meloni pronta a scendere in campo in prima persona. Dall’altra parte, il fronte del “no”, guidato da PD e Movimento 5 Stelle, continua la sua battaglia in “difesa della Costituzione”, cercando di minimizzare il caso Gratteri come una strumentalizzazione politica.

Di veritas

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