Il sole implacabile del deserto africano ha fatto da cornice a una delle tappe più ardue e selettive dell’Africa Eco Race 2026, un anello di 490 chilometri con partenza e arrivo nel bivacco di Aidzidine. Ieri, i piloti hanno affrontato un banco di prova che, come un esame di meccanica quantistica applicata alla guida, ha separato la pura velocità dalla resilienza strategica. Canyon insidiosi, tratti rocciosi che hanno messo a dura prova le sospensioni e un finale estenuante tra sabbia soffice e dune maestose hanno definito il campo di battaglia per uomini e macchine.

In questo scenario di pura competizione, il team italiano Aprilia Tuareg Racing ha dimostrato ancora una volta il potenziale della sua bicilindrica, vivendo però una giornata dai due volti, un’onda di probabilità che è collassata in esiti diametralmente opposti per i suoi piloti.

Jacopo Cerutti: la classe non è sabbia

Il protagonista indiscusso per i colori di Noale è stato Jacopo Cerutti. In sella alla sua Aprilia Tuareg Rally, ha interpretato la speciale con la precisione di un ingegnere e il cuore di un leone. Nonostante un percorso che ha richiesto una navigazione impeccabile e una gestione millimetrica della potenza, Cerutti ha tagliato il traguardo in seconda posizione nella classe +650, riservata alle potenti moto bicilindriche. Un risultato che pesa come un macigno, non solo per la classifica, ma per come è stato ottenuto.

“Oggi la tappa è stata molto intensa e impegnativa”, ha raccontato Cerutti a fine prova, con la stanchezza e la soddisfazione che si mescolavano nella sua voce. “C’era parecchia sabbia e alcuni tratti erano molto molli. Mi sono insabbiato solo una volta e sono ripartito subito”. Un piccolo errore in un mare di perfezione, un’imperfezione che rende la sua performance ancora più umana ed eroica. A complicare la sua cavalcata solitaria è stato un problema tecnico: “Ho fatto gran parte della gara da solo e, nonostante un problema allo strumento di navigazione, sono riuscito a portare a casa una buona speciale”. Navigare a vista tra le dune, senza il supporto tecnologico fondamentale, equivale a muoversi in un labirinto senza filo d’Arianna. Eppure, l’istinto e l’esperienza hanno prevalso. “Nel finale, i miei avversari hanno avuto un ritmo migliore, ma nel complesso sono contento”, ha concluso, dimostrando la lucidità di un vero professionista.

Luci e ombre per il team

Se Cerutti ha fatto brillare la Tuareg, la giornata è stata più complessa per i suoi compagni di squadra. Marco Menichini ha condotto una gara di assestamento, chiudendo in settima posizione di categoria. Una prestazione solida, mirata a preservare il mezzo e accumulare chilometri preziosi in vista delle fasi conclusive di questa maratona africana. Il suo ruolo è fondamentale per la strategia complessiva del team, che punta a consolidare le posizioni e a lottare fino all’ultimo metro per il vertice della classe bicilindriche.

La sfortuna si è invece accanita su Francesco Montanari. Per lui, l’ottava tappa si è conclusa nel peggiore dei modi. Rimasto bloccato su una duna, in uno di quegli abbracci sabbiosi da cui è quasi impossibile liberarsi senza aiuto esterno, è stato costretto al ritiro. Un epilogo amaro che testimonia la crudeltà di questa competizione, dove un singolo errore o un colpo di sfortuna possono vanificare giorni di sforzi e sacrifici.

Con l’Africa Eco Race che entra ora nelle sue fasi decisive, l’obiettivo per Aprilia Tuareg Racing è chiaro: capitalizzare la velocità di Cerutti, supportare la costanza di Menichini e trasformare la delusione per il ritiro di Montanari in ulteriore motivazione. La strada verso il traguardo è ancora lunga e, come insegna la fisica, fino all’ultima misurazione, ogni risultato è ancora possibile.

Di davinci

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