Una vera e propria rivoluzione si profila all’orizzonte per il controllo della velocità sulle strade italiane. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), sotto l’impulso del ministro Matteo Salvini, ha impresso una decisa accelerazione all’iter del nuovo decreto per l’omologazione degli autovelox. I primi dati emersi dal censimento nazionale, avviato lo scorso autunno, dipingono un quadro a dir poco sorprendente e potenzialmente esplosivo: della giungla di circa 11.000 dispositivi informalmente rilevati sul territorio, meno di uno su dieci sarebbe pienamente a norma secondo i futuri standard.

I numeri, diffusi dallo stesso ministero, parlano chiaro. A fronte di una stima di oltre diecimila apparecchi attivi, solo 3.800 sono stati ufficialmente registrati sulla piattaforma telematica creata ad hoc. Un dato già di per sé significativo, che mostra come quasi due terzi dei dispositivi operino in una sorta di limbo amministrativo. Ma è il secondo numero a destare ancora più scalpore: di questi 3.800 censiti, appena poco più di mille “rientrano automaticamente nei requisiti di omologazione in fase di adozione”. Una percentuale irrisoria, che si attesta sotto il 10% del totale stimato.

L’origine del caos: la sentenza della Cassazione

A innescare questo processo di radicale riordino è stata una sentenza della Corte di Cassazione dell’aprile 2024. I giudici della Suprema Corte hanno stabilito un principio tanto semplice quanto dirompente: le multe elevate tramite dispositivi che sono stati semplicemente “approvati” dal Ministero, ma non hanno completato il più rigoroso iter della “omologazione”, sono da considerarsi nulle. Questa distinzione, per anni rimasta in una zona grigia normativa, ha aperto una voragine giuridica, rendendo potenzialmente illegittime milioni di sanzioni e offrendo un solido appiglio per una valanga di ricorsi da parte degli automobilisti.

L’omologazione, a differenza della mera approvazione, implica infatti una serie di verifiche tecniche e test di laboratorio molto più approfonditi, volti a certificare la perfetta funzionalità e l’affidabilità metrologica dello strumento nel tempo. Un dettaglio non da poco, che garantisce la certezza della misurazione e, di conseguenza, la legittimità della sanzione.

L’operazione trasparenza del Ministero

Di fronte a questo scenario, il MIT ha lanciato quella che è stata definita un’“operazione verità”. A fine settembre 2025 è stata attivata una piattaforma telematica con l’obbligo per tutte le amministrazioni ed enti proprietari delle strade (Comuni, Province, ecc.) di registrare ogni singolo dispositivo in uso. La comunicazione delle caratteristiche tecniche – marca, modello, matricola ed estremi del decreto di approvazione – è diventata condizione sine qua non per il loro legittimo utilizzo. L’alternativa? Lo spegnimento dell’apparecchio, fisso o mobile che fosse.

“Oggi finalmente abbiamo un quadro trasparente e verificabile di tutti gli apparecchi in uso”, ha sottolineato il Ministero in una nota. L’obiettivo dichiarato dal ministro Salvini è duplice: da un lato, garantire che gli autovelox siano uno strumento di sicurezza stradale per prevenire incidenti, e non un mezzo per “fare cassa”; dall’altro, mettere ordine in un settore cresciuto in modo disomogeneo e spesso selvaggio.

Cosa prevede il nuovo decreto

Il testo del nuovo decreto, già trasmesso al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) per la notifica a Bruxelles, introduce regole precise e stringenti. La procedura europea comporterà ora un periodo di “stand still” di 90 giorni, durante il quale la norma non potrà essere adottata formalmente. Il provvedimento è stato inviato anche al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per il necessario parere tecnico.

Sebbene i dettagli finali siano ancora in fase di definizione, le linee guida emerse negli ultimi mesi indicano una stretta significativa sulle modalità di installazione e utilizzo:

  • Posizionamento: Gli autovelox potranno essere installati solo su tratti stradali individuati da un provvedimento del prefetto, in aree con un elevato tasso di incidentalità o dove sia impossibile la contestazione immediata.
  • Limiti di velocità: Non si potranno usare dispositivi dove il limite di velocità è eccessivamente ridotto. Ad esempio, su strade extraurbane con limite a 110 km/h, l’autovelox potrà funzionare solo se il limite non è abbassato a più di 90 km/h. Niente autovelox, inoltre, nei centri urbani con limiti inferiori a 50 km/h.
  • Distanze minime: Viene fissata per la prima volta una distanza minima progressiva tra un dispositivo e l’altro per evitarne la proliferazione. Inoltre, dovrà esserci una distanza minima anche tra il segnale di preavviso e l’apparecchio (almeno 1 km fuori dai centri abitati).
  • Visibilità: Le postazioni, fisse o mobili, dovranno essere sempre ben visibili e presegnalate. L’uso di dispositivi a bordo di veicoli in movimento sarà consentito solo con contestazione immediata.

Le implicazioni per cittadini e Comuni

Le conseguenze di questa stretta sono enormi. Per gli automobilisti si apre la concreta possibilità di contestare le multe ricevute da apparecchi non conformi. Per i Comuni e gli altri enti locali, invece, si prospetta un doppio problema: da un lato, la necessità di adeguare o sostituire un parco macchine obsoleto e non a norma, con costi ingenti; dall’altro, il rischio di veder crollare i proventi delle sanzioni, che per molte amministrazioni rappresentano una voce importante di bilancio. Già nel 2025 si è registrato un calo del 4,4% negli incassi delle multe, attribuito in parte proprio allo “spegnimento” di molti dispositivi a seguito delle sentenze della Cassazione.

Il censimento del MIT, quindi, non è solo un’operazione amministrativa, ma il primo passo verso un riassetto completo del sistema di rilevamento della velocità in Italia, con l’ambizione di trovare un nuovo equilibrio tra sicurezza stradale, certezza del diritto e trasparenza verso i cittadini.

Di atlante

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