Roma – Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha messo un punto fermo sulla data del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, respingendo il ricorso avanzato dal comitato promotore per la raccolta di firme popolari. La sentenza, depositata il 28 gennaio 2026, ha dichiarato “infondato” il ricorso, confermando così la legittimità della delibera del Consiglio dei Ministri che ha fissato la consultazione per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Si chiude così, almeno per ora, il capitolo giudiziario sulla calendarizzazione di un appuntamento elettorale di fondamentale importanza per l’assetto della magistratura italiana.
Le ragioni del ricorso e la decisione del TAR
Il comitato promotore, impegnato nella raccolta di firme per un quesito referendario parzialmente diverso da quello già ammesso dalla Corte di Cassazione, si era rivolto ai giudici amministrativi contestando la tempistica decisa dal Governo. L’obiettivo era ottenere una sospensione del decreto presidenziale di indizione del referendum, emanato il 13 gennaio 2026, per poter completare la raccolta delle sottoscrizioni e sottoporre il proprio quesito al vaglio di legittimità. Secondo i ricorrenti, la fissazione di una data così ravvicinata avrebbe compresso i tempi a disposizione, pregiudicando di fatto l’iniziativa popolare.
Tuttavia, il TAR del Lazio, con la sentenza n. 1694 della seconda sezione bis, ha stabilito la piena legittimità dell’operato dell’esecutivo. I giudici hanno rilevato che la normativa vigente è finalizzata a garantire che la legge di riforma costituzionale, già approvata dal Parlamento, sia sottoposta al giudizio popolare in tempi ragionevoli. La decisione del governo, secondo il tribunale, rispetta pienamente i termini previsti dalla legge n. 352 del 1970, che stabilisce che il referendum si svolga in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto di indizione.
Il contesto: la Riforma della Giustizia in gioco
Il voto di marzo, un referendum costituzionale confermativo che non prevede quorum di validità, chiederà agli italiani di approvare o respingere la cosiddetta “Riforma Nordio”. Approvata in via definitiva dal Parlamento il 30 ottobre 2025 ma senza raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi, la legge introduce modifiche sostanziali all’ordinamento giudiziario.
I punti cardine della riforma su cui i cittadini saranno chiamati a esprimersi sono:
- Separazione delle carriere: Viene introdotta una netta distinzione tra la carriera dei magistrati giudicanti (i giudici) e quella dei requirenti (i pubblici ministeri).
- Doppio Consiglio Superiore della Magistratura: Conseguentemente alla separazione, vengono istituiti due distinti CSM, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- Sorteggio per i componenti togati: I membri magistrati dei due CSM non saranno più eletti, ma estratti a sorte, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’influenza delle correnti interne alla magistratura.
- Istituzione dell’Alta Corte disciplinare: Viene creata una nuova corte di rango costituzionale, composta da membri sorteggiati e nominati, con la competenza esclusiva sui procedimenti disciplinari a carico dei magistrati.
Votare “Sì” significherà confermare l’entrata in vigore di queste modifiche, mentre un “No” manterrà l’assetto attuale della Costituzione.
Le reazioni politiche e dei comitati
La sentenza del TAR è stata accolta con soddisfazione dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che l’ha definita di una “chiarezza adamantina”. Per il Guardasigilli, il ricorso rappresentava un “espediente dilatorio” e ora la campagna referendaria può procedere senza ulteriori ostacoli. Nordio ha ribadito che la riforma non è punitiva verso la magistratura e non deve avere effetti politici, auspicando un confronto civile.
Dall’altra parte, i promotori della raccolta firme, pur prendendo atto della decisione, hanno rivendicato il successo della loro mobilitazione, che ha permesso di superare la soglia delle 500.000 firme. Hanno sottolineato come il TAR abbia comunque riconosciuto che il loro diritto a sottoporre il quesito alla Cassazione non è precluso, e hanno annunciato che la campagna per il “No” continuerà con determinazione.
Il dibattito si è acceso anche su un altro fronte: la bocciatura in commissione Affari Costituzionali degli emendamenti proposti dalle opposizioni per consentire il voto ai fuorisede, una decisione che ha scatenato le proteste di partiti come PD, M5S e +Europa.
Verso il voto: scenari e sondaggi
A meno di due mesi dalla consultazione, la campagna elettorale entra nel vivo. I sondaggi più recenti indicano un’opinione pubblica divisa ma con una leggera prevalenza per il “Sì”. Secondo un’indagine dell’Istituto Noto, il 59% degli italiani voterebbe per confermare la legge, contro il 41% che la respingerebbe. Tuttavia, il dato più significativo riguarda l’affluenza, stimata ad oggi intorno al 45%, con un’ampia fetta di indecisi. Sarà dunque cruciale, per entrambi gli schieramenti, la capacità di mobilitare l’elettorato su temi complessi ma di impatto profondo sulla struttura democratica del Paese.
