ROMA – Sono trascorsi dieci anni. Un decennio di dolore incancellabile, di domande senza risposta e di una sete di giustizia che non si è mai placata. Il 25 gennaio 2016, al Cairo, il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni veniva rapito, per poi essere ritrovato senza vita il 3 febbraio, il corpo martoriato da torture inimmaginabili. Una ferita che, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rimane “aperta nel corpo della comunità nazionale”.
Nel decimo anniversario della scomparsa, le parole del Capo dello Stato risuonano con una forza rinnovata, un monito severo e inequivocabile rivolto non solo all’Italia, ma soprattutto all’Egitto. “Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi”, ha dichiarato Mattarella in un messaggio inviato ai genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni. La piena collaborazione delle autorità egiziane, ha aggiunto, “continua a rappresentare un banco di prova” non solo per fare luce sul “barbaro assassinio”, ma anche per la tutela delle “relazioni internazionali”.
L’impegno incrollabile della famiglia e della società civile
Le parole del Presidente sono arrivate a Fiumicello, in Friuli-Venezia Giulia, paese d’origine di Giulio, dove si è tenuta una commossa manifestazione in suo ricordo. Un evento che ha visto la partecipazione di cittadini, artisti e rappresentanti istituzionali, uniti nel “popolo giallo”, il colore simbolo della mobilitazione che da dieci anni chiede incessantemente “Verità per Giulio Regeni”. La madre, Paola, ha ringraziato Mattarella per il messaggio “veramente graditissimo” e ha lanciato un appello tanto semplice quanto potente: “Chi ha in tasca un biglietto per l’Egitto, lo stracci”. Un gesto simbolico per non dimenticare e per non normalizzare i rapporti con un Paese che continua a negare la verità.
I genitori di Giulio, elogiati da Mattarella per il loro “ammirevole esempio di coraggio e determinazione”, sono il cuore pulsante di una battaglia che ha superato i confini nazionali, diventando un simbolo universale della lotta per i diritti umani e contro la tortura. La loro instancabile opera, supportata dall’avvocata Alessandra Ballerini e da una vasta “scorta mediatica”, ha impedito che sull’atroce fine del figlio calasse l’oblio.
La politica divisa: l’attacco delle opposizioni
Se il ricordo di Giulio unisce la società civile, lo stesso non si può dire per il mondo politico, che in questa triste ricorrenza si mostra profondamente diviso. A Fiumicello, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha usato parole durissime, criticando apertamente la “normalizzazione delle relazioni del nostro Paese con l’Egitto”.
“Le cose che emergono in quel processo sono orribili, irripetibili”, ha sottolineato Schlein, riferendosi al procedimento in corso a Roma contro quattro ufficiali della National Security egiziana, accusati di sequestro di persona, lesioni e omicidio. “L’amarezza più grande è che questa doveva essere una battaglia di tutte le istituzioni, di tutta la politica, di tutta l’Unione Europea. Così non è stato”.
La leader del PD ha puntato il dito contro gli accordi economici e politici che legano l’Italia e l’Europa al regime di al-Sisi. “Abbiamo visto aziende partecipate italiane continuare a fare affari con l’Egitto come se non fosse nulla”, ha attaccato, menzionando anche il recente accordo da oltre 7 miliardi di euro tra l’UE e l’Egitto, finalizzato anche al controllo dei flussi migratori, contro cui il PD ha votato.
Sulla stessa linea si sono espressi anche altri esponenti dell’opposizione. Nicola Fratoianni (Avs) ha ribadito la necessità di “andare fino in fondo”, mentre Roberto Fico (M5s), in un videomessaggio, ha assicurato: “non molleremo mai”. Riccardo Magi (+Europa) e Federica Onori (Azione) hanno chiesto al governo di non abbassare la guardia e di esercitare maggiori pressioni sull’Egitto.
Il processo e i depistaggi: una verità giudiziaria ancora lontana
Mentre la politica discute, la via giudiziaria per arrivare alla verità si presenta ancora lunga e irta di ostacoli. Il processo in corso a Roma vede imputati quattro alti ufficiali dei servizi segreti egiziani: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e il maggiore Magdi Sharif. Un processo reso estremamente complesso dalla totale assenza di collaborazione da parte delle autorità egiziane, che non hanno mai fornito gli indirizzi degli imputati, rendendone di fatto impossibile la notifica degli atti e la loro presenza in aula.
Fin dall’inizio, la vicenda è stata segnata da continui e maldestri tentativi di depistaggio da parte del Cairo, volti a nascondere le responsabilità degli apparati di sicurezza dello Stato. Secondo la Procura di Roma, il movente dietro al sequestro, alle torture e all’omicidio sarebbe stato l’infondato sospetto che Giulio fosse una spia intenzionata a fomentare una rivoluzione.
Dieci anni dopo, la richiesta di giustizia per Giulio Regeni non è solo l’urlo di dolore di una famiglia, ma un imperativo morale e civile per l’intero Paese. Una battaglia per la dignità umana che, come ci ricordano le parole del Presidente Mattarella, non ammette compromessi.
