Una condanna esemplare che segna un punto fermo nella tutela dei risparmiatori nel mondo delle criptovalute. Davide Barbieri e Andrea Medri, ex amministratori e fondatori di The Rock Trading, un tempo piattaforma leader in Italia per gli investimenti in valute digitali, sono stati condannati a cinque anni di reclusione ciascuno. La sentenza, emessa con rito abbreviato il 21 ottobre scorso dalla gup di Milano Anna Calabi, mette fine, almeno per il primo grado di giudizio, a una vicenda che ha visto svanire i risparmi di migliaia di persone.

I due fondatori sono stati ritenuti colpevoli di molteplici e gravi reati finanziari: bancarotta fraudolenta per un crac da circa 66 milioni di euro, false comunicazioni sociali, formazione fittizia del capitale e infedeltà patrimoniale. Un castello accusatorio solido, costruito grazie alle indagini dei pm Pasquale Addesso e Grazia Colacicco e all’operato dei finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria e del Nucleo speciale di polizia valutaria, che ha portato alla luce una gestione scellerata e dolosa della società.

Una politica aziendale “incurante dell’emorragia economica”

Le motivazioni della sentenza, depositate dalla gup Calabi, dipingono un quadro a tinte fosche. Barbieri e Medri hanno “persistito nella loro politica aziendale incuranti dell’emorragia economica della società e dello sgretolamento del patrimonio degli investitori“. Non solo, hanno “continuato a distrarre scientemente gli asset di criptovalute altrui, favorendo taluni creditori e agendo anche per il proprio interesse per ripianare i buchi finanziari“. Parole dure che descrivono un comportamento predatorio ai danni di oltre 18.000 clienti che avevano riposto la loro fiducia e i loro capitali nella piattaforma.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il progetto criminoso risalirebbe al momento del trasferimento della società da Malta all’Italia. Invece di affrontare la crisi incipiente, i due amministratori l’avrebbero “grandemente aggravata“. La strategia era tanto semplice quanto spregiudicata: incentivare “l’ingresso di nuovi clienti inconsapevoli del fatto che i fondi depositati sarebbero stati utilizzati per far fronte alle richieste di prelievo dei clienti già attivi sulla piattaforma“. Un meccanismo insostenibile, destinato a implodere con la chiusura della piattaforma e la perdita totale dei fondi per gli ultimi arrivati.

L’inchiesta e il dissesto milionario

L’inchiesta era partita nei primi mesi del 2023, quando The Rock Trading aveva improvvisamente “congelato” le attività, impedendo ai clienti di accedere ai propri portafogli digitali. Un segnale d’allarme che ha dato il via a una complessa indagine, inizialmente per truffa e appropriazione indebita, poi evolutasi in bancarotta dopo la dichiarazione di liquidazione giudiziale della società nell’aprile 2023. Le indagini hanno rivelato che parte dei fondi era stata dirottata all’estero, su conti in Svizzera, Stati Uniti e Lituania.

Nel dicembre del 2024, la gip Rossana Mongiardo aveva disposto la custodia cautelare in carcere per Barbieri e Medri, riconoscendo la gravità dei fatti e il rischio di inquinamento probatorio. Le chat acquisite durante le indagini hanno fornito una prova schiacciante della consapevolezza degli imputati. “Se risulta che dobbiamo avere 1.000 bitcoin, dobbiamo mostrarglieli“, scrivevano tra loro nel 2022, per poi ammettere: “Si può provare in tanti modi, il punto è che non ce li abbiamo“. Una confessione implicita che svela la profondità di un bluff costato caro a migliaia di risparmiatori.

Risarcimenti e il futuro degli investitori

Oltre alla pena detentiva, la giudice ha disposto a carico degli imputati il pagamento di provvisionali di risarcimento per circa 14,3 milioni di euro in totale, destinate alle curatele delle società fallite. Una cifra importante, ma che copre solo una frazione del dissesto complessivo. Per gli oltre 250 investitori costituitisi parte civile, la strada per il recupero integrale delle somme perse sarà ancora lunga e dovrà passare attraverso un separato giudizio civile.

Questa sentenza, tuttavia, rappresenta una vittoria significativa. Come sottolineato dal Sindacato Italiano Tutela Investimenti e Risparmio (SITI), essa fornisce una solida base giuridica per avviare azioni risarcitorie non solo contro i fondatori, ma anche nei confronti di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto. Un monito per l’intero settore delle criptovalute, che dimostra come le regole e la tutela del risparmio siano principi non negoziabili, anche nell’universo della finanza digitale.

Di veritas

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