Nel grande romanzo della vita, alcuni individui sembrano possedere una sceneggiatura diversa, una che permette loro di sfidare le ingiurie del tempo con una lucidità mentale sbalorditiva. Sono i cosiddetti ‘super anziani’ (super-agers in inglese), persone che superano gli 80 anni con funzioni cognitive paragonabili a quelle di individui di 20 o 30 anni più giovani. Per anni, la scienza si è interrogata sul segreto di questa eccezionale longevità cerebrale, e ora, una nuova e imponente ricerca sembra averne decifrato una parte fondamentale del codice: la risposta risiede, in gran parte, nel loro DNA.

Uno studio monumentale, pubblicato sulla prestigiosa rivista Alzheimer’s & Dementia e condotto dai ricercatori del Vanderbilt University Medical Center negli Stati Uniti, ha gettato nuova luce su questo affascinante fenomeno. Analizzando i dati di oltre 18.000 anziani provenienti da otto nazioni diverse, gli scienziati hanno identificato due fattori genetici cruciali che agiscono come un vero e proprio scudo contro la malattia di Alzheimer. Questa ricerca, la più vasta mai condotta sull’argomento, non solo conferma il ruolo chiave della genetica nella resilienza alla demenza, ma apre anche nuove, promettenti strade per la ricerca di future terapie.

Il gene APOE: un interruttore per il rischio di Alzheimer

Al centro della scoperta vi è il gene dell’Apolipoproteina E (APOE), da tempo noto per il suo ruolo determinante nel rischio di sviluppare l’Alzheimer a esordio tardivo. Questo gene, che ognuno di noi possiede in due copie ereditate dai genitori, si presenta in diverse varianti, o alleli. Le più studiate in relazione alla demenza sono tre: APOE-ε2, APOE-ε3 e APOE-ε4. Mentre la variante ε3 è la più comune e non sembra influenzare significativamente il rischio, le altre due hanno effetti diametralmente opposti.

  • APOE-epsilon 4 (APOE-ε4): È il fattore di rischio genetico più noto e potente per l’Alzheimer ad esordio tardivo. La sua presenza, specialmente in doppia copia, aumenta notevolmente la probabilità di sviluppare la malattia e tende ad anticiparne l’insorgenza.
  • APOE-epsilon 2 (APOE-ε2): Al contrario, questa variante è considerata protettiva e rara. La sua presenza è associata a un minor rischio di sviluppare la patologia e può ritardarne la comparsa.

Lo studio del Vanderbilt ha misurato con precisione la frequenza di queste due varianti nel DNA dei partecipanti, confrontando tre gruppi distinti di ultraottantenni: i super anziani, gli anziani cognitivamente sani e gli anziani con una diagnosi di demenza da Alzheimer.

I risultati: una doppia protezione genetica

I risultati, definiti “sorprendenti” dalla stessa prima autrice dello studio, la Dottoressa Leslie Gaynor, assistente di Medicina nella Divisione di Medicina Geriatrica a Vanderbilt, dipingono un quadro genetico netto e inequivocabile per i super anziani.

Innanzitutto, è emerso che i super anziani hanno una probabilità significativamente inferiore di essere portatori della variante “cattiva”, l’APOE-ε4. Nello specifico:

  • Hanno il 68% di probabilità in meno di portare la variante APOE‑ε4 rispetto ai loro coetanei affetti da demenza di Alzheimer.
  • Inoltre, dato ancora più notevole, presentano il 19% di probabilità in meno di avere l’APOE‑ε4 persino rispetto agli anziani della stessa età con funzioni cognitive considerate nella norma.

Ma non si tratta solo di una minore presenza del fattore di rischio. La ricerca ha svelato, per la prima volta in modo così chiaro, che i super anziani beneficiano anche di una maggiore presenza della variante “buona”, l’APOE-ε2. I dati mostrano che:

  • Hanno il 28% di probabilità in più di essere portatori della variante protettiva APOE-ε2 rispetto ai coetanei cognitivamente sani.
  • Questa probabilità schizza al 103% in più (in pratica, più del doppio) se confrontati con gli anziani affetti da demenza di Alzheimer.

“Questa è stata la nostra scoperta più eclatante”, ha dichiarato la Dott.ssa Gaynor. “Sebbene tutti gli adulti che raggiungono gli 80 anni senza una diagnosi di demenza clinica mostrino un invecchiamento eccezionale, il nostro studio suggerisce che il fenotipo dei super anziani può essere utilizzato per identificare un gruppo particolarmente eccezionale di anziani con un ridotto rischio genetico per la malattia di Alzheimer”.

Implicazioni per il futuro della ricerca e della cura

Questa scoperta va ben oltre la semplice curiosità scientifica. Comprendere i meccanismi biologici che conferiscono una tale resilienza all’Alzheimer è fondamentale per sviluppare nuove strategie preventive e terapeutiche. I super anziani, con il loro profilo genetico unico, diventano un modello prezioso da studiare per svelare i segreti di un invecchiamento cerebrale di successo.

La ricerca si concentrerà ora sul capire come esattamente queste varianti genetiche esercitino i loro effetti. L’APOE-ε2 potrebbe, per esempio, essere più efficiente nel rimuovere le placche di proteina beta-amiloide dal cervello, uno dei principali segni patologici dell’Alzheimer, o potrebbe influenzare positivamente i processi infiammatori e la salute dei vasi sanguigni cerebrali. Al contrario, l’APOE-ε4 è associato a un accumulo anomalo di amiloide.

“Con il crescente interesse verso i super anziani”, ha concluso la Dott.ssa Gaynor, “i nostri risultati incoraggiano notevolmente l’idea che essi si riveleranno utili nella continua ricerca di meccanismi che conferiscono resilienza all’Alzheimer”. L’obiettivo finale è quello di poter un giorno replicare farmacologicamente o attraverso interventi mirati sullo stile di vita gli effetti protettivi osservati in questi fortunati individui, offrendo a tutti una speranza concreta contro una delle malattie più temute della nostra epoca.

Di davinci

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