WASHINGTON D.C. – In una mossa che ha catalizzato l’attenzione della diplomazia internazionale, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato tramite un post sulla sua piattaforma Truth Social la creazione di un “Consiglio per la Pace” (Board of Peace) per la Striscia di Gaza. L’annuncio, carico dell’enfasi tipica di Trump, definisce l’organismo come “il più grande e prestigioso mai riunito in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo”, promettendo che i nomi dei suoi membri saranno svelati a breve. Questa iniziativa si inserisce come elemento cardine della “Fase Due” del piano di pace in 20 punti elaborato dall’amministrazione americana, che mira a traghettare la regione da una condizione di cessate il fuoco a un percorso di smilitarizzazione, governo tecnocratico e ricostruzione.

Il Contesto: La Fase Due del Piano per Gaza

La formazione del Consiglio per la Pace arriva in un momento cruciale per il Medio Oriente. Segue l’istituzione di un comitato tecnico palestinese di 15 membri, composto da tecnocrati senza legami con Hamas, incaricato di gestire la governance quotidiana di una Gaza post-conflitto. Questo comitato opererà sotto la supervisione diretta del Consiglio presieduto dallo stesso Trump. L’obiettivo dichiarato di questa seconda fase, come delineato dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, è di passare “dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione”. Un piano ambizioso che prevede anche il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione per proteggere Gaza e addestrare le unità di polizia palestinesi.

Composizione e Partecipanti: Un Puzzle Diplomatico

Sebbene i nomi ufficiali non siano ancora stati confermati, le indiscrezioni indicano che il Consiglio sarà composto da 12 membri, selezionati personalmente da Trump. Gli inviti formali sarebbero già stati inviati e si prevede che l’annuncio ufficiale possa avvenire durante l’intervento di Trump al Forum economico mondiale di Davos la prossima settimana. Tra i leader internazionali che dovrebbero far parte del consiglio figurano rappresentanti di Paesi chiave sia occidentali che mediorientali. Si parla con insistenza dell’Italia, con il coinvolgimento della Premier Giorgia Meloni, oltre a Germania, Regno Unito, Turchia, Qatar ed Egitto. Questi ultimi tre Paesi sono considerati partner strategici per garantire un accordo di smilitarizzazione completo con Hamas.

Interessante notare l’esclusione di Tony Blair, ex Primo Ministro britannico, inizialmente considerato per un ruolo. La sua partecipazione avrebbe incontrato l’ostilità di alcuni Paesi della regione a causa del suo coinvolgimento nell’invasione dell’Iraq del 2003. Blair dovrebbe comunque far parte di un comitato esecutivo separato, insieme a figure molto vicine a Trump come il genero Jared Kushner e Steve Witkoff. A fare da collegamento tra il Consiglio e il comitato tecnico palestinese sarà Nickolay Mladenov, ex inviato speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, una figura di grande esperienza diplomatica.

Obiettivi e Sfide: Tra Smilitarizzazione e Ricostruzione

Gli obiettivi del Consiglio sono molteplici e complessi. In primis, supervisionare il governo tecnocratico palestinese nella gestione della Striscia. In secondo luogo, garantire il completo disarmo di Hamas, con la consegna di tutte le armi e lo smantellamento della rete di tunnel. Trump ha lanciato un ultimatum perentorio ad Hamas, chiedendo anche la restituzione dei resti dell’ultimo ostaggio israeliano. “Possono farlo nel modo più facile o nel modo più difficile”, ha avvertito il Presidente USA.

Tuttavia, le sfide sono enormi. Hamas ha ripetutamente affermato che consegnerà le armi solo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente. La questione del disarmo rimane il nodo più delicato e irrisolto. Inoltre, mentre la diplomazia si muove, la situazione sul terreno a Gaza rimane tesa, con raid israeliani che continuano a causare vittime. La legittimità e l’autonomia del nuovo comitato tecnocratico agli occhi della popolazione palestinese rappresentano un altro grande punto interrogativo.

Il piano americano prevede anche il divieto di un’occupazione israeliana a lungo termine di Gaza e l’annessione di ulteriori territori. Se l’Autorità Palestinese attuerà le riforme richieste, si aprirebbe un percorso verso la creazione di uno Stato palestinese. Un impegno significativo, ma la cui concreta realizzazione dipenderà dalla volontà politica di tutte le parti in causa.

Reazioni e Prospettive Future

Le reazioni all’annuncio sono state variegate. Da un lato, c’è un cauto ottimismo per un’iniziativa che cerca di sbloccare una situazione di stallo. Un importante leader di Hamas, Bassem Naim, ha dichiarato che “la palla è ora nel campo dei mediatori, del garante americano e della comunità internazionale per rafforzare il comitato”. Dall’altro, non mancano le critiche e lo scetticismo. Alcuni esperti, come riportato da diverse testate, vedono nella struttura proposta, con Trump a capo di un consiglio che supervisiona la governance di Gaza, una sorta di “struttura coloniale”. Inoltre, funzionari statunitensi hanno ammesso che, a causa dei tempi ristretti, non sono ancora arrivate risposte ufficiali a tutti gli inviti spediti, lasciando un velo di incertezza sulla reale adesione al progetto.

L’annuncio del “Consiglio per la Pace” rappresenta indubbiamente un’importante accelerazione diplomatica voluta da Washington. La sua efficacia, tuttavia, sarà misurata non dalle dichiarazioni altisonanti, ma dalla sua capacità di affrontare le questioni spinose sul campo: il disarmo di Hamas, la ricostruzione di un territorio devastato da anni di conflitto e, soprattutto, la creazione di un orizzonte politico credibile per il popolo palestinese. Il Forum di Davos sarà il primo, cruciale banco di prova per capire se questa iniziativa potrà trasformarsi da annuncio strategico a reale strumento di pace.

Di atlante

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