MILANO – Una sentenza destinata a segnare un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata in Nord Italia. Con una decisione storica, il Giudice per l’Udienza Preliminare (GUP) di Milano, Emanuele Mancini, ha inflitto 62 condanne nel maxi-processo scaturito dalla complessa inchiesta “Hydra”. La sentenza, letta nella serata del 12 gennaio 2026 nell’aula bunker del carcere di Opera, riconosce per la prima volta a livello giudiziario l’esistenza di un vero e proprio “sistema mafioso lombardo”: un’alleanza stabile e operativa tra esponenti di ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra.
Il verdetto, giunto dopo oltre sei ore di camera di consiglio, ha confermato in pieno l’impianto accusatorio sostenuto con tenacia dai pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Milano, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Al centro del processo, la contestazione di un’associazione mafiosa di tipo confederativo, una sorta di “supermafia” o “mafia a tre teste” (da cui il nome dell’inchiesta, “Hydra”), che avrebbe messo da parte le tradizionali rivalità per spartirsi affari illeciti sul ricco territorio lombardo.
I Numeri della Sentenza: Condanne, Assoluzioni e Rinvii a Giudizio
Il maxi-procedimento vedeva alla sbarra un totale di 145 persone. Per gli 80 imputati che avevano scelto il rito abbreviato, il GUP Mancini ha emesso le seguenti decisioni:
- 62 condanne, con pene che arrivano fino a 16 anni di reclusione. Complessivamente, sono stati inflitti quasi cinque secoli di carcere.
- 18 assoluzioni con formula piena.
Inoltre, per gli altri imputati:
- 45 persone sono state rinviate a giudizio e affronteranno il processo con rito ordinario, che inizierà il prossimo 19 marzo davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Milano.
- 9 imputati hanno patteggiato la pena.
- 11 imputati sono stati prosciolti nel corso dell’udienza preliminare.
Le Pene Esemplari e i Vertici del “Sistema”
La pena più alta, 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Massimo Rosi, considerato dagli inquirenti un esponente di vertice della ‘ndrangheta e reggente della locale di Legnano-Lonate Pozzolo. Rosi è ritenuto una figura chiave, un “trait d’union” tra le diverse componenti del sistema mafioso.
Tra le altre condanne di rilievo, spiccano quelle per i presunti capi e promotori dell’alleanza:
- Filippo Crea, legato alla cosca Iamonte della ‘ndrangheta, condannato a 14 anni e 8 mesi.
- Giuseppe Fidanzati, figlio dello storico boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, condannato a 14 anni.
- Bernardo Pace, esponente del mandamento trapanese di Cosa Nostra, condannato a 14 anni e 4 mesi.
- Giovanni Abilone, collegato al mandamento di Castelvetrano di Matteo Messina Denaro, ha ricevuto una condanna a 13 anni.
La sentenza ha riconosciuto l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis) per 23 dei 24 imputati a cui era contestata, a dimostrazione della solidità delle prove raccolte.
Un’Inchiesta Complessa e un Iter Travagliato
Il percorso dell’inchiesta “Hydra”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo, non è stato semplice. In una fase iniziale, nell’ottobre del 2023, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) Tommaso Perna aveva rigettato gran parte delle richieste di misura cautelare (142 su 153), non ravvisando l’esistenza di un’associazione unitaria. Tuttavia, la Procura, guidata da Marcello Viola, ha impugnato la decisione, ottenendo un ribaltamento completo sia dal Tribunale del Riesame sia dalla Cassazione, che hanno confermato la solidità dell’impianto accusatorio.
Un contributo fondamentale alle indagini è arrivato anche dalle recenti dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi spicca la figura di William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, esponente del clan catanese dei Mazzei, che ha descritto dall’interno la nascita e l’operatività del “sistema lombardo”, nato secondo le sue rivelazioni nel 2019 per gestire gli affari del boss allora latitante Matteo Messina Denaro.
I Reati Contestati e le Confische Milionarie
Le accuse a carico degli imputati erano varie e gravi: associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, frode fiscale e utilizzo di false fatture. L’alleanza criminale, secondo quanto emerso, si occupava di gestire un ampio spettro di attività illecite, infiltrandosi profondamente nel tessuto economico della regione.
Oltre alle pene detentive, il GUP ha disposto ingenti confische per un valore di quasi mezzo miliardo di euro. Questo include circa 225 milioni di euro considerati “profitto del reato associativo” e altri 218 milioni riconducibili a presunti crediti IVA fittizi.
Le Parti Civili e il Danno al Territorio
Nel processo si sono costituite parte civile numerose istituzioni, tra cui la Regione Lombardia, la Città Metropolitana di Milano e i Comuni di Milano, Varese e Legnano, oltre alle associazioni antimafia come Libera e WikiMafia. Il giudice ha riconosciuto il loro diritto al risarcimento, disponendo provvisionali immediatamente esecutive. “Questa sentenza rappresenta un passo importante nella lotta alla criminalità organizzata che da anni tenta di avvelenare il nostro tessuto economico e sociale”, ha commentato il vicesindaco metropolitano Francesco Vassallo.
La decisione del Tribunale di Milano non è solo una vittoria giudiziaria, ma anche un potente messaggio culturale: la Lombardia non è terra di conquista per le mafie e lo Stato risponde con fermezza alla loro arroganza criminale, anche quando queste tentano di evolversi e cooperare per massimizzare i profitti.
