TEHERAN – In un clima di crescente tensione internazionale e di profondo malcontento interno, il governo iraniano ha annunciato di aver sedato l’ondata di proteste che ha attraversato il paese nelle ultime settimane. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, in un’intervista rilasciata all’emittente americana Fox News, ha affermato che le autorità hanno il “controllo totale” della situazione, descrivendo i disordini come il risultato di “operazioni terroristiche”. “Dopo tre giorni di operazioni terroristiche, ora c’è calma”, ha dichiarato Araghchi, cercando di proiettare un’immagine di stabilità ritrovata.

La versione del governo: “Violenze fomentate dall’esterno”

Secondo la versione ufficiale di Teheran, le manifestazioni, inizialmente pacifiche e motivate da difficoltà economiche, sarebbero state infiltrate e trasformate in violente rivolte da “elementi terroristici” e stranieri. Il ministro Araghchi ha sostenuto che le proteste “sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa” a potenze esterne, come gli Stati Uniti, per intervenire negli affari interni dell’Iran. A sostegno di questa tesi, il governo afferma di essere in possesso di filmati che mostrerebbero la distribuzione di armi ai manifestanti e ha promesso la pubblicazione delle confessioni dei detenuti. L’ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Reza Sabouri, ha rincarato la dose, accusando direttamente Washington e Tel Aviv di aver orchestrato un’operazione esterna, citando la presenza di agenti del Mossad tra i rivoltosi.

Questa narrazione, tuttavia, si scontra con le testimonianze e le denunce di numerose organizzazioni per i diritti umani e di parte della comunità internazionale, che parlano di una repressione brutale e indiscriminata.

La dura realtà della repressione e il bilancio delle vittime

Mentre il governo parla di “controllo totale”, le notizie che filtrano dal paese, nonostante il blocco quasi totale di internet, dipingono un quadro drammatico. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato una “repressione mortale” e l’uso illegale della forza da parte delle forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione. Si parla di centinaia, se non migliaia, di morti tra i manifestanti. L’agenzia per i diritti umani Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha riportato un bilancio di quasi 500 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza uccisi. Fonti mediche citate da media internazionali parlano di ospedali al collasso, sommersi da feriti.

Le proteste, scoppiate a fine dicembre, sono state innescate da una grave crisi economica, con una profonda svalutazione della moneta, inflazione galoppante e un peggioramento generale delle condizioni di vita. Tuttavia, le rivendicazioni si sono rapidamente trasformate in un più ampio movimento di opposizione al regime della Repubblica Islamica, con richieste di libertà e diritti.

Il blocco di Internet e le tensioni internazionali

Una delle armi principali utilizzate dal regime per gestire la crisi è stato l’oscuramento quasi totale di internet, una mossa volta a impedire la comunicazione tra i manifestanti e a nascondere al mondo la portata della repressione. Il ministro Araghchi ha promesso un graduale ripristino della connettività, ma solo “in coordinamento con le autorità di sicurezza”, senza fornire tempistiche precise.

La situazione in Iran ha innescato una forte reazione a livello internazionale. Gli Stati Uniti, con l’allora presidente Trump, hanno minacciato “azioni molto forti” in caso di esecuzioni di manifestanti, mantenendo alta la pressione su Teheran. La Casa Bianca ha affermato di monitorare la situazione e che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. Anche l’Unione Europea e il governo italiano hanno espresso forte preoccupazione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e di espressione. La crisi è stata anche al centro di una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nonostante la retorica aggressiva, da Teheran sono giunti anche segnali di un’apertura al dialogo. Lo stesso Araghchi ha confermato l’esistenza di un canale di comunicazione con Washington, sottolineando però che qualsiasi negoziato dovrà essere “equo” e basato sul “rispetto reciproco”. Questa duplice strategia, che alterna minacce a timide aperture, riflette la complessità di una crisi che intreccia dinamiche interne ed equilibri geopolitici regionali e globali.

Di atlante

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