Ventilano venti di una nuova, potenziale escalation nel conflitto israelo-palestinese. Secondo quanto riportato da fonti autorevoli come il Times of Israel, che cita un funzionario israeliano e un diplomatico arabo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero già elaborato piani dettagliati per una massiccia e intensiva operazione militare nella Striscia di Gaza, prevista per il prossimo mese di marzo. L’obiettivo strategico sarebbe duplice: condurre un’offensiva mirata su Gaza City e, contemporaneamente, espandere il controllo territoriale israeliano spingendo verso ovest, in direzione della costa, la cosiddetta “linea gialla”, l’attuale demarcazione del cessate il fuoco.
Il nodo della “Linea Gialla” e le ambizioni territoriali
La “linea gialla” è diventata un elemento centrale nello scenario post-tregua. Istituita con l’accordo per il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, questa linea di demarcazione provvisoria ha di fatto diviso la Striscia, lasciando circa il 53% del territorio sotto il controllo militare israeliano. Le forze israeliane si sono ritirate dietro questa linea, ma la sua natura è diventata sempre più quella di un confine di fatto, con incidenti e tensioni continue. L’operazione pianificata per marzo mirerebbe a modificare significativamente questa geografia del controllo, aumentando ulteriormente la percentuale di territorio sotto l’egida di Israele. Questa mossa, se confermata, rappresenterebbe un passo verso una possibile occupazione permanente di porzioni più ampie della Striscia, ricalcando dinamiche già viste in Cisgiordania con la “green line”.
Il ruolo cruciale degli Stati Uniti e la fragilità della tregua
Tuttavia, la realizzazione di questi piani militari non è affatto scontata. Una delle condizioni imprescindibili, sottolineata dal diplomatico arabo citato dalle fonti, è il via libera da parte degli Stati Uniti. Washington, infatti, sta profondendo notevoli sforzi diplomatici per far evolvere l’attuale, fragile cessate il fuoco verso una “seconda fase”. Questa nuova fase dell’accordo dovrebbe includere un punto fondamentale e complesso: il disarmo di Hamas.
Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, pur avendo concordato con l’amministrazione Trump di collaborare per il progresso della tregua, nutrirebbe un profondo scetticismo sulla reale possibilità di disarmare il gruppo militante palestinese. Proprio questa sfiducia lo avrebbe spinto a ordinare all’IDF di preparare un piano di contingenza, ovvero l’offensiva di marzo. La situazione è quindi in un delicato equilibrio: da un lato la pressione diplomatica americana per una soluzione negoziata, dall’altro la preparazione militare israeliana in vista di un possibile fallimento dei negoziati.
Un contesto di alta tensione
La notizia dei piani per una nuova offensiva arriva in un momento di tensione persistente. Nonostante il cessate il fuoco in vigore da ottobre, le violazioni sono frequenti. Le IDF hanno recentemente annunciato l’uccisione di tre palestinesi che avrebbero attraversato la “linea gialla”, rappresentando una “minaccia immediata”. Fonti palestinesi, d’altra parte, denunciano continui raid israeliani che causano vittime civili a Rafah, Khan Younis e in altre aree della Striscia. La realtà sul terreno è ben lontana da una vera pacificazione, con i bombardamenti che continuano a verificarsi lungo la linea di demarcazione.
Sul fronte politico, la questione del disarmo di Hamas rimane l’ostacolo più grande. È difficile immaginare che il gruppo, che fonda gran parte del suo potere sulla forza militare, accetti di deporre le armi senza contropartite politiche significative. I negoziati per la “fase due” sono in corso, ma al momento non si registrano progressi sostanziali. In questo quadro si inseriscono anche le dinamiche regionali, con un occhio di riguardo alla situazione in Iran, che aggiunge un ulteriore livello di complessità allo scacchiere mediorientale.
Implicazioni economiche e umanitarie
Dal punto di vista economico, un’eventuale ripresa delle ostilità su larga scala avrebbe conseguenze devastanti per l’economia già stremata di Gaza. La distruzione di infrastrutture, l’interruzione delle attività commerciali e la dipendenza dagli aiuti internazionali verrebbero ulteriormente aggravate. L’accesso agli aiuti umanitari, già problematico, diventerebbe ancora più critico. Per Israele, un’operazione militare prolungata comporterebbe costi economici e militari significativi, oltre a un potenziale isolamento diplomatico se l’offensiva fosse condotta senza un ampio consenso internazionale, a partire da quello statunitense. La stabilità dell’intera regione, con i suoi delicati equilibri economici e le sue cruciali rotte commerciali, verrebbe messa a dura prova, con possibili ripercussioni sui mercati globali.
In conclusione, i prossimi mesi saranno decisivi. La comunità internazionale osserva con apprensione, sospesa tra la speranza che la diplomazia americana riesca a prevalere e il timore che i piani militari israeliani si traducano in una nuova, sanguinosa pagina del conflitto. La decisione finale, a quanto pare, risiede a Washington, il cui ruolo di mediatore e alleato strategico di Israele non è mai stato così determinante.
