L’Iran è nuovamente teatro di violente proteste che, divampate a fine dicembre 2025, stanno infiammando il Paese, mettendo a dura prova la tenuta della Repubblica Islamica. La situazione è precipitata rapidamente, con una repressione sempre più brutale da parte delle forze di sicurezza che ha portato a un bilancio di vittime drammaticamente elevato. Secondo gli ultimi dati forniti da Human Rights Activists News Agency (HRANA), un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti, il numero delle persone uccise ha superato quota 500, anche se altre fonti parlano di cifre ancora più allarmanti.
Le manifestazioni, inizialmente innescate dal crollo del potere d’acquisto e da una grave crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una contestazione a tutto tondo contro il regime. Gli slogan scanditi nelle piazze di oltre 185 città in tutte le 31 province del paese non lasciano spazio a dubbi: i manifestanti chiedono un cambiamento radicale, invocando la caduta del sistema teocratico. La protesta, partita dai bazar di Teheran, si è estesa a macchia d’olio, coinvolgendo un’ampia fascia della popolazione, stanca di decenni di repressione e cattiva gestione economica.
Una repressione feroce e indiscriminata
La risposta delle autorità iraniane è stata improntata alla massima durezza. Le forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione, hanno fatto ricorso a munizioni vere, proiettili a pallini, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere la folla. Numerose testimonianze e video, faticosamente filtrati nonostante il blocco quasi totale di internet imposto dal governo, mostrano scene di violenza inaudita, con spari diretti sui manifestanti, anche a distanza ravvicinata. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso illegale e letale della forza, definendolo una “politica di stato” volta a soffocare il dissenso.
Il bilancio delle vittime è incerto e in continuo aggiornamento, reso ancora più difficile da verificare a causa del blackout informativo. HRANA riporta oltre 538 morti, di cui 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. Fonti dell’opposizione e altre ONG, come Iran Human Rights, parlano di numeri potenzialmente molto più alti, con stime che arrivano fino a 2.000 vittime. Tra i morti si contano anche diversi minorenni, a testimonianza della natura indiscriminata della repressione. C’è persino la notizia, confermata da fonti ufficiali locali, della morte di un bambino di due mesi.
Migliaia di arresti e il dramma dei detenuti
Parallelamente alle uccisioni, le autorità hanno effettuato una massiccia campagna di arresti. Le stime parlano di oltre 10.600 persone detenute, tra cui attivisti, giornalisti e semplici cittadini scesi in piazza. Molti degli arrestati sono stati sottoposti a sparizioni forzate e detenzioni in isolamento, con un elevato rischio di torture e maltrattamenti. Le famiglie cercano disperatamente notizie dei propri cari, mentre gli ospedali, secondo diverse fonti, sarebbero al collasso e in alcuni casi teatro di irruzioni da parte delle forze di sicurezza per arrestare i manifestanti feriti.
Le radici della protesta e le reazioni internazionali
Questa nuova ondata di proteste affonda le sue radici in una profonda crisi economica, esacerbata dalla svalutazione della moneta locale, dall’inflazione galoppante e da una cronica cattiva gestione dei servizi essenziali. Tuttavia, le rivendicazioni si sono rapidamente politicizzate, assumendo i contorni di una sfida diretta alla legittimità stessa della Repubblica Islamica. Gli slogan contro la “dittatura” e a favore del ritorno della dinastia Pahlavi, deposta con la rivoluzione del 1979, indicano una profonda frattura tra una parte della popolazione e l’establishment al potere.
La comunità internazionale segue con crescente apprensione l’evolversi della situazione. Gli Stati Uniti hanno condannato fermamente la repressione e il presidente Donald Trump ha dichiarato di essere pronto ad aiutare i manifestanti, valutando diverse opzioni, che includono sanzioni e persino un possibile intervento. L’Unione Europea, attraverso la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha espresso il proprio sostegno alla “legittima lotta per la libertà” del popolo iraniano. Anche Israele ha manifestato il proprio appoggio ai dimostranti. Da parte sua, il regime iraniano accusa “nemici” esterni, in particolare Stati Uniti e Israele, di fomentare i disordini e ha minacciato ritorsioni in caso di attacco.
Mentre la violenza continua a insanguinare le strade dell’Iran, il futuro del paese appare più incerto che mai. La determinazione dei manifestanti si scontra con la ferocia di un regime che sembra disposto a tutto pur di mantenere il potere, in un equilibrio precario che rischia di avere conseguenze devastanti per l’intera regione mediorientale.
