Un fulmine a ciel sereno scuote il mondo del ciclismo. A pochi giorni dall’inizio della nuova stagione, Simon Yates, il britannico del Team Visma-Lease a Bike fresco vincitore del Giro d’Italia 2025, ha annunciato il suo ritiro immediato dalle competizioni. A soli 33 anni, all’apice di una carriera che lo ha visto trionfare anche alla Vuelta a España nel 2018, Yates appende la bici al chiodo con una lettera che lascia trasparire il peso di una decisione a lungo ponderata. “Ci ho pensato a lungo e sento che questo è il momento giusto per fare un passo indietro,” ha scritto, sottolineando come il ciclismo sia stato la sua vita “da quando ho memoria”. Una scelta inattesa, che non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg che rivela una crisi profonda e silenziosa nel cuore del ciclismo professionistico.
L’addio di Yates, infatti, si inserisce in una scia preoccupante di ritiri precoci che lo scorso anno ha visto oltre venti protagonisti del solo World Tour abbandonare l’attività. Un’emorragia di talenti che contrasta nettamente con la tendenza all’aumento della longevità atletica in altre discipline di vertice, dal calcio al tennis. La causa ha un nome, o meglio, due: sindrome da sovrallenamento e RED-S (Relative Energy Deficiency in Sport). Due facce della stessa medaglia che stanno trasformando la passione per la bicicletta in uno strumento di tortura per un numero crescente di atleti.
La Sindrome del “Ciclista Bruciato”: Quando il Corpo e la Mente Cedono
Il sovrallenamento, o overtraining, è una condizione subdola che si manifesta quando lo stress imposto dagli allenamenti supera la capacità di recupero dell’organismo. Non si tratta di semplice stanchezza, ma di un esaurimento cronico che non migliora con il riposo. I sintomi sono un campanello d’allarme che il corpo invia, un disperato segnale di stop:
- Stanchezza persistente e apatia
- Perdita di motivazione e piacere nell’allenarsi
- Aumento della frequenza cardiaca a riposo
- Dolori muscolari e articolari costanti
- Alterazioni psicologiche come insonnia, irritabilità e sbalzi d’umore
- Indebolimento del sistema immunitario, con conseguente aumento di malanni
Questo stato di esaurimento psicofisico è alimentato da una pressione costante per il raggiungimento degli obiettivi, in una lotta continua non solo contro gli avversari, ma anche contro i dati spietati del computerino montato sul manubrio, che sfida l’atleta a spingersi sempre oltre il limite. È una spirale che può portare al burnout, a quel “cortocircuito” emotivo e fisico che svuota di ogni energia.
Un caso emblematico è quello di Caleb Ewan. Il velocista australiano, a soli 30 anni e con 65 vittorie in carriera, ha detto basta a metà dello scorso anno. Dopo un trasferimento al team Ineos per rilanciarsi, ha capito che la fiamma si era spenta. “La seconda metà del 2024 ha seriamente danneggiato il mio rapporto con lo sport,” ha spiegato. “Ciò che un tempo significava tutto per me oggi non ha più la stessa importanza.” Le sue parole descrivono perfettamente la perdita di motivazione che è uno dei segni distintivi del burnout, quando la gioia della vittoria svanisce rapidamente, lasciando solo un senso di vuoto.
RED-S: Il Nemico Invisibile che Divora dall’Interno
Se il sovrallenamento logora la mente, la RED-S (Deficienza Energetica Relativa nello Sport) attacca il corpo alle sue fondamenta. Questa sindrome si verifica quando l’apporto energetico, ovvero le calorie assunte con l’alimentazione, è insufficiente a coprire i costi energetici dell’allenamento e delle funzioni fisiologiche di base. Inizialmente identificata come la “Triade dell’Atleta Femminile” (disordini alimentari, amenorrea e osteoporosi), oggi si sa che colpisce atleti di entrambi i sessi e ha conseguenze devastanti su molteplici sistemi corporei:
- Salute ossea: Ridotta densità minerale ossea, con un rischio elevatissimo di fratture da stress.
- Funzione mestruale e ormonale: Nelle donne, può portare all’interruzione del ciclo mestruale (amenorrea). Negli uomini, a bassi livelli di testosterone. Entrambi i sessi subiscono squilibri ormonali critici.
- Metabolismo: Rallentamento del metabolismo basale.
- Sistema immunitario: Aumento della suscettibilità alle infezioni.
- Funzioni cardiovascolari e psicologiche: Impatti negativi che possono includere anche depressione e ansia.
La storia di Veronica Ewers è un tragico manifesto delle conseguenze della RED-S. La ciclista statunitense, a 31 anni, ha dovuto annunciare uno stop forzato a causa di gravi problemi ormonali e renali. “Non ho il ciclo dal 2014. Le mie ossa sono deboli,” ha confessato in un post su Instagram che gela il sangue. “Ho passato il 2024 e il 2025 cercando di guarire dopo i danni che ho causato al mio corpo nell’ultimo decennio, ma non ha funzionato.” La sua testimonianza cruda svela una realtà drammatica, dove la ricerca della performance a ogni costo porta all’autodistruzione. La decisione di fermarsi è stata inevitabile: “concentrarmi sul recupero completo e poi sulle prestazioni”.
Una Nuova Frontiera: Dalla Lotta al Doping a Quella per la Salute Mentale
In uno sport che ha fatto della fatica la sua epica e che in passato ha pagato dazi pesantissimi al doping per superare i limiti umani, oggi si apre una nuova, cruciale frontiera: quella della salute psicofisica degli atleti. L’era della preparazione scientifica, dei dati, dei watt e del controllo maniacale di ogni caloria ha portato a prestazioni inimmaginabili, ma sta presentando un conto salatissimo. Il “motore” dell’atleta non è solo un insieme di muscoli e valori ematici, ma è composto anche da motivazione, equilibrio e benessere mentale.
L’addio di campioni come Yates, Ewan e lo stop forzato della Ewers non sono più solo notizie di cronaca sportiva, ma un grido d’allarme. Il ciclismo moderno, con le sue corse sempre più tirate, un calendario asfissiante e una pressione mediatica e interna alle squadre sempre più forte, rischia di “bruciare” i suoi protagonisti. È un paradosso crudele: mentre la scienza dell’allenamento e della nutrizione dovrebbe garantire carriere più lunghe e sane, la loro applicazione estrema sta ottenendo l’effetto opposto. La sfida per il futuro del ciclismo sarà trovare un nuovo equilibrio, in cui la ricerca della vittoria non avvenga a discapito della salute e della vita stessa degli atleti. Un equilibrio in cui la bicicletta torni a essere, per tutti, un oggetto di divertimento e passione, e non uno strumento di tortura.
