NEW YORK – Il cinema come atto di resistenza, la macchina da presa come strumento di verità contro l’oppressione. In questa equazione, che bilancia arte e rischio, si muove da decenni il regista iraniano Jafar Panahi. Nonostante una nuova condanna a un anno di prigione e il divieto di lasciare il paese per due anni, emessa in contumacia dal Tribunale Rivoluzionario di Teheran a dicembre per “attività di propaganda contro il regime”, il cineasta non si piega. Anzi, rilancia: ha dichiarato che rientrerà in Iran subito dopo la cerimonia degli Oscar del prossimo 15 marzo.

Una decisione coraggiosa, quasi una sfida aperta al potere degli ayatollah, che arriva mentre il suo ultimo capolavoro, “Un Semplice Incidente”, continua a raccogliere consensi a livello internazionale. Dopo aver trionfato al Festival di Cannes con la Palma d’Oro, il film è ora nella shortlist dei 15 migliori film internazionali in lizza per l’Oscar, con l’annuncio delle candidature ufficiali previsto per il 22 gennaio. È anche in corsa per quattro Golden Globe, tra cui miglior film e miglior regista.

Un Cinema Clandestino che Diventa Testimonianza

La storia di Jafar Panahi è un intreccio indissolubile di successi artistici e persecuzioni giudiziarie. Condannato già nel 2010 a sei anni di carcere e a un divieto ventennale di girare film, rilasciare interviste e lasciare il Paese, il regista non ha mai smesso di creare. Ha trasformato le restrizioni imposte in una cifra stilistica, un motore narrativo. Film come “This Is Not a Film”, girato clandestinamente nel suo appartamento e fatto pervenire a Cannes nascosto in una chiavetta USB dentro una torta, “Taxi Teheran”, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, e “Gli Orsi non Esistono”, sono diventati manifesti di un cinema che non si arrende, che documenta la realtà aggirando la censura.

“Un Semplice Incidente” non fa eccezione. Realizzato anch’esso in segreto in Iran, il film esplora il dilemma morale di un gruppo di ex prigionieri politici che si trovano di fronte al loro presunto torturatore. Un’opera che attinge direttamente all’esperienza personale del regista, arrestato nuovamente nel luglio 2022 e detenuto per sette mesi nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, prima di essere rilasciato su cauzione nel febbraio 2023 in seguito a uno sciopero della fame. È interessante notare come la Francia abbia candidato il film agli Oscar come propria rappresentanza ufficiale, essendo una co-produzione e avendo gestito tutta la post-produzione.

Solidarietà e un Prezzo da Pagare

La scelta di Panahi di tornare in patria non è un gesto isolato, ma una dichiarazione di appartenenza e solidarietà. “Molti altri registi affrontano le mie stesse difficoltà”, ha confidato all’Hollywood Reporter. Ha citato i casi di colleghi come Ali Ahmadzadeh, il cui set è stato perquisito e le cui attrezzature sono state sequestrate, o Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam, a cui è stato impedito di viaggiare e girare film nonostante il successo internazionale del loro “My Favorite Cake”. “Condividiamo questo stesso dolore e abbiamo tutti accettato il prezzo da pagare”, ha affermato Panahi.

Un pensiero particolare è rivolto alle donne, protagoniste indiscusse del movimento “Donna, Vita, Libertà”, esploso nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. “Le superstar, che si sono schierate al fianco della società, sono sottoposte a un controllo quotidiano, ma continuano a vivere le loro vite nonostante le difficoltà”, ha sottolineato il regista, citando l’esempio dell’attrice Taraneh Alidoosti. “Potrebbe lavorare ovunque fuori dall’Iran, ma abbiamo tutti deciso di restare”.

Un Futuro Incerto, una Determinazione Chiara

Il divieto di viaggio per Panahi era stato revocato nel 2023, permettendogli di accompagnare di persona “Un Semplice Incidente” a Cannes, un’esperienza che ha definito “particolarmente emozionante”. Ora, con una nuova sentenza pendente e un appello presentato di cui non si conosce ancora l’esito, il suo ritorno in Iran dopo gli Oscar assume i contorni di un atto di fede nel potere dell’arte e di sfida a un regime che continua a reprimere il dissenso con violenza. La comunità cinematografica internazionale osserva con il fiato sospeso, consapevole che ogni fotogramma di Jafar Panahi è un pezzo di storia, un frammento di libertà conquistato a caro prezzo.

Di davinci

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