Napoli – Esiste un filo sottile ma resistente che unisce l’urgenza della cronaca alla magia del cinema, un legame intessuto di sguardi, attese e di una profonda etica professionale. È questo il percorso, lungo oltre quarant’anni, di Gianni Fiorito, fotoreporter e fotografo di scena tra i più apprezzati del panorama italiano, la cui carriera viene ora celebrata nel volume “Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito. Fotogiornalismo, fotografia di scena e altri territori” (Artdigiland; 253 pag.; 24 euro). Un’opera che non è una semplice raccolta di immagini, ma un dialogo intenso e rivelatore con i critici cinematografici Armando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce, che guida il lettore dietro le quinte del suo lavoro, svelandone la poetica e il pensiero critico.

Dal Fotogiornalismo al Cinema: una coerenza di sguardo

Nato a Napoli nel 1959, Gianni Fiorito ha iniziato la sua carriera come fotogiornalista negli anni ’80, un periodo di grandi tensioni sociali e culturali per la città. La sua formazione avviene sul campo, documentando la complessa realtà napoletana: dalle inchieste sulla camorra al devastante terremoto dell’Irpinia del 1980, che rappresenta la sua prima, tragica esperienza professionale. Le sue fotografie per testate come “La Repubblica”, “L’Espresso” e “Il Corriere della Sera” non si limitano a registrare i fatti, ma raccontano storie, seguendo le cinque “w” del giornalismo e, soprattutto, un’etica ferrea. “Dietro una foto ci dev’essere una testa, un pensiero, un’idea di come raccontare”, afferma Fiorito nel libro, distanziandosi dalla frenesia dello scatto compulsivo contemporaneo.

Questo approccio, questa “testa pensante” dietro l’obiettivo, è la stessa che Fiorito porterà con sé nel passaggio, quasi naturale, alla fotografia di scena a partire dal 1999. Un mondo apparentemente diverso, quello della finzione cinematografica, ma che per Fiorito non rappresenta una frattura, bensì una continuazione del suo percorso di ricerca. La sua ambizione è quella di creare uno scatto che non solo rappresenti il film, ma che ne sveli anche la macchina produttiva, includendo i tecnici al lavoro e identificando il territorio in cui la storia prende vita.

L’arte dell’invisibilità sul set e il sodalizio con Sorrentino

Come si traduce questo “sguardo attivo” sul set di un film? Fiorito lo spiega con una metafora efficace: “Se il film è una casa, il regista è a casa propria; il fotografo è un ospite”. Un ospite che deve essere invisibile, capace di muoversi senza intralciare, di non “impallare” le telecamere, di non disturbare la concentrazione di attori e troupe. Ma, soprattutto, un ospite che deve entrare “nella testa del regista”, interpretarne gli sguardi, anticiparne le intenzioni per cogliere l’attimo fuggente, lo scatto che sintetizzerà l’anima della pellicola.

Questa capacità di sintesi e di empatia ha trovato la sua massima espressione nel lungo e fruttuoso sodalizio con il regista premio Oscar Paolo Sorrentino. Una collaborazione ultraventennale che ha dato vita a immagini iconiche, capaci di entrare nell’immaginario collettivo e di rappresentare film come “La grande bellezza”, “Youth – La giovinezza”, “The Young Pope” e “È stata la mano di Dio”. Le fotografie di Fiorito non sono semplici documentazioni dei set di Sorrentino, ma veri e propri dialoghi creativi, visioni ulteriori che arricchiscono e amplificano l’universo del regista.

Un libro che è un saggio sulla fotografia

“Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito”, curato con acume da Andria, Brandoni e Croce, si configura come un vero e proprio saggio sul ruolo e il futuro della fotografia. Attraverso un fitto fuoco di fila di domande, i tre critici cinematografici esplorano con Fiorito i mutamenti tecnologici che hanno attraversato il medium fotografico. Si passa dal ricordo quasi archeologico della telefoto, che negli anni ’80 impiegava un’eternità per trasmettere uno scatto (sette minuti per il bianco e nero, ventiquattro per il colore), alla riflessione critica sull’era digitale e sulla post-produzione, che oggi consente di creare realtà posticce indistinguibili da quelle reali.

Di fronte a questa evoluzione, l’unico baluardo, per Fiorito, resta “l’etica del fotografo”. Un principio che ha guidato tutta la sua carriera, dal reportage più crudo alla fotografia di scena più costruita, e che emerge con forza dalle pagine del libro. L’opera, edita da Artdigiland, si inserisce in un più ampio progetto di riflessione sull’immagine cinematografica, inaugurando una nuova collana dedicata alla fotografia.

Il volume ripercorre non solo le collaborazioni con Sorrentino, ma anche quelle con altri grandi registi come Terrence Malick, John Turturro, Pappi Corsicato, Leonardo Di Costanzo e Ferzan Ozpetek, e il suo lavoro con attori del calibro di Toni Servillo, Jude Law, Michael Caine e Harvey Keitel. Un viaggio affascinante che ci consegna il ritratto di un artista capace di coniugare attitudine esistenziale e statuto ontologico dell’immagine, in un corpo a corpo costante con la realtà e con l’immaginario.

Di euterpe

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