La battaglia sul referendum costituzionale per la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri si infiamma non solo sul merito della riforma, ma anche e soprattutto sulle procedure e le tempistiche. Il comitato promotore della raccolta di firme popolari, attraverso le parole del suo portavoce Carlo Guglielmi, ha lanciato un avvertimento netto al governo: un decreto che fissi la data del voto prima che la Corte di Cassazione si sia espressa sulla validità della raccolta firme sarebbe “un atto in violazione della Costituzione”. Una mossa che, secondo i promotori, verrebbe immediatamente impugnata “in ogni sede a tutela del diritto ad una partecipazione attiva e consapevole di tutte e di ciascuno”.
Al centro della contesa c’è il rispetto istituzionale per l’iniziativa popolare, uno strumento di democrazia diretta previsto dall’articolo 75 della Costituzione. Il sito referendum.giustizia.it, piattaforma ufficiale per la raccolta firme online, testimonia un’adesione in costante crescita, con un contatore che ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni. “Non abbiamo mandato a fare polemiche né a trattare sulla data del voto”, ha precisato Guglielmi, “ma solo a ribadire” la necessità di seguire l’iter costituzionale.
Il braccio di ferro sulla data del voto
La questione della data è diventata un punto cruciale dello scontro politico. Il governo, inizialmente orientato a fissare le urne per l’inizio di marzo, ha deciso di rinviare la decisione a gennaio. Questa prudenza sembra dettata da più fattori: la volontà di evitare forzature e tensioni con le opposizioni, i timori di possibili ricorsi e la crescita esponenziale della raccolta firme “parallela” avviata dai cittadini. Le ipotesi più accreditate per la consultazione referendaria restano la seconda metà di marzo.
L’iniziativa popolare, partita il 22 dicembre 2025 su impulso di quindici giuristi e cittadini, tra cui l’avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi, si pone l’obiettivo di raggiungere 500.000 firme entro il 30 gennaio 2026. Se questo traguardo venisse raggiunto, la gestione dei tempi per la fissazione del voto passerebbe dalla discrezionalità del governo a quella prevista per i referendum popolari, posticipando la consultazione probabilmente non prima di metà aprile 2026. Questo darebbe più tempo ai comitati per il “No” per condurre una campagna informativa capillare.
Le ragioni del “Sì” e del “No” a confronto
Il dibattito sulla separazione delle carriere è profondo e tocca i pilastri dell’ordinamento giudiziario italiano. La riforma, già approvata in via parlamentare ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, necessita ora del referendum confermativo per entrare in vigore.
I sostenitori del “Sì” argomentano che la riforma è necessaria per garantire una maggiore terzietà e imparzialità del giudice. L’idea è quella di creare due percorsi professionali distinti fin dall’inizio della carriera, con due diversi Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Questo, a loro dire, allineerebbe l’Italia agli altri Paesi occidentali e favorirebbe un processo più giusto per il cittadino, con un “arbitro” (il giudice) realmente separato da una delle “squadre in campo” (l’accusa).
Sul fronte del “No”, invece, si teme che la riforma possa minacciare l’indipendenza della magistratura e subordinarla al controllo del potere esecutivo. Secondo i contrari, la separazione delle carriere indebolirebbe la figura del pubblico ministero, rendendolo più suscettibile alle pressioni politiche. Viene inoltre contestata la metafora dell’arbitro, sostenendo che l’attuale sistema, con un unico CSM a maggioranza di giudici, garantisce un controllo di legalità sull’operato delle procure che verrebbe meno con la riforma. Numerose associazioni, tra cui ANM, CGIL, ANPI, ARCI e Libera, si sono schierate per il “No”, promuovendo comitati e sostenendo la raccolta firme.
L’iter referendario e le prossime tappe
L’articolo 138 della Costituzione regola il processo di revisione costituzionale. Quando una legge costituzionale non viene approvata con la maggioranza dei due terzi in Parlamento, può essere sottoposta a referendum se, entro tre mesi dalla sua pubblicazione, ne fanno richiesta un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. In questo caso, la richiesta parlamentare è già stata avanzata dalla maggioranza di governo. Tuttavia, l’iniziativa popolare si è affiancata a quella parlamentare, creando una situazione inedita e complessa.
Ora, tutti gli occhi sono puntati sulla Corte di Cassazione, che dovrà verificare la regolarità e il numero delle firme raccolte. Solo dopo questa validazione, il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, potrà indire il referendum, fissando la data in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo. La sfida lanciata dal comitato di Carlo Guglielmi è chiara: il governo non può ignorare la volontà di quasi 200.000 cittadini e procedere senza attendere il verdetto della Suprema Corte. La legittimità del processo referendario, e con essa un pezzo importante della democrazia partecipata del Paese, è ora al centro del dibattito.
