“Per me, giocare lì è una schifezza”. Parole dure, dirette, che non lasciano spazio a interpretazioni. A pronunciarle è Iñaki Williams, capitano e simbolo dell’Athletic Bilbao, alla vigilia della partenza della sua squadra per Gedda, Arabia Saudita, dove il 7 gennaio affronterà il Barcellona nella semifinale della Supercoppa di Spagna. Una dichiarazione che riapre con forza una ferita mai del tutto rimarginata nel calcio spagnolo, quella di un trofeo nazionale “esportato” per ragioni economiche in un contesto lontano e discusso.
Una critica che parte da lontano: i tifosi al centro del malcontento
Non è la prima volta che l’attaccante basco esprime il suo dissenso. Già in passato, Williams si era lamentato per la scelta della sede, ma questa volta le sue parole, rilasciate a ‘El Chiringuito TV’, assumono un peso specifico maggiore. Il cuore della critica del giocatore, fratello maggiore di Nico, anch’egli stella dell’Athletic, risiede nel profondo legame che unisce il club ai suoi tifosi: “Per i tifosi è difficile organizzare il viaggio in Arabia Saudita e così ti senti come se stessi giocando in trasferta”. Una sensazione di spaesamento per una squadra come quella basca, che fa della spinta del proprio pubblico uno dei suoi punti di forza. Il compagno di squadra Unai Simón ha rincarato la dose, sottolineando come il numero di tifosi disposti a seguire la squadra in trasferte così onerose sia in drastico calo.
La Supercoppa di Spagna si disputa in Arabia Saudita per il sesto anno consecutivo, in virtù di un accordo economicamente molto vantaggioso per la Federcalcio spagnola (RFEF). Un contratto che, secondo le indiscrezioni, ha portato nelle casse federali circa 40 milioni di euro all’anno, ma che ha sollevato un polverone di polemiche sin dalla sua firma, con accuse di “sportswashing” e indagini per presunta corruzione e riciclaggio che hanno coinvolto anche l’ex presidente federale Luis Rubiales.
Le ragioni del cuore: la famiglia prima di tutto
Oltre alle questioni prettamente sportive e “di tifo”, a rendere ancora più amara la trasferta per Iñaki Williams, 31 anni, c’è una motivazione profondamente personale e toccante. Sua moglie, Patricia Morales, è in avanzato stato di gravidanza e il primogenito della coppia potrebbe nascere da un giorno all’altro. “È difficile lasciare mia moglie e mio figlio qui”, ha ammesso con sincerità il calciatore, mostrando il lato umano dietro l’atleta. Una situazione che aggiunge un carico di ansia e preoccupazione a una competizione già di per sé impegnativa.
Nonostante il cuore sia a casa, Williams ha comunque assicurato la sua massima professionalità: “Sono comunque a disposizione del club e cercherò di disputare la migliore Supercoppa possibile”. Un atto di responsabilità verso la maglia e i compagni, che non cancella però il disagio di una scelta che, per lui, va contro i valori fondamentali dello sport e gli affetti personali.
Il format e il contesto: una Supercoppa tra lusso e controversie
La Supercoppa di Spagna, con il suo formato “Final Four”, vedrà sfidarsi a Gedda, oltre ad Athletic Bilbao e Barcellona, anche Real Madrid e Atletico Madrid, che si contenderanno l’altro posto in finale l’8 gennaio. Un parterre de rois che garantisce spettacolo e visibilità, ma che non placa le critiche. La scelta dell’Arabia Saudita, paese al centro di dibattiti internazionali per la questione dei diritti umani, continua a far discutere. Anche il mondo del calcio femminile spagnolo si è opposto all’ipotesi di disputare la propria Supercoppa nel paese, proprio per le limitazioni imposte alle donne.
L’enorme giro d’affari, che ha visto anche la mediazione della società Kosmos dell’ex calciatore Gerard Piqué, ha creato una spaccatura evidente. Da un lato, la Federazione che difende una scelta strategica per la crescita economica del movimento; dall’altro, giocatori, tifosi e addetti ai lavori che denunciano la perdita di identità di una competizione storica, snaturata e allontanata dalla sua gente. Le parole di Iñaki Williams, cariche di amarezza e frustrazione, diventano così la voce di un malcontento diffuso, che mette in discussione il futuro di un calcio sempre più globalizzato e, forse, sempre meno legato alle sue radici.
