ROMA – La battaglia sulla riforma della giustizia si infiamma con l’appello diretto del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che attraverso i suoi canali social ha chiamato a raccolta i cittadini per contrastare il ddl Nordio. L’obiettivo è ambizioso: raccogliere 500mila firme in un tempo limitato per indire un referendum oppositivo. Secondo Conte, questa mobilitazione è essenziale per dare “un segnale contro la riforma Nordio che non serve alla giustizia ma solo a proteggere la casta dei politici e renderla ancora più intoccabile”.
Le Accuse di Conte al Governo e al Ministro Nordio
Nelle sue dichiarazioni, l’ex premier non ha risparmiato critiche dirette al governo e al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Conte sostiene che al ministro “è scappata in due occasioni la verità su questa legge”, affermando che il suo vero scopo non sia migliorare l’efficienza della giustizia, bensì “far stare più riparati e tranquilli governi e politici di ogni schieramento rispetto alle inchieste e all’operato della giustizia”. Una critica che punta il dito contro un presunto tentativo di indebolire l’azione della magistratura nei confronti del potere politico.
Il leader pentastellato ha inoltre denunciato i “tentativi di accelerare i tempi dei referendum per non permettere al fronte del No di informare i cittadini e crescere”. Questa accusa si inserisce in un dibattito più ampio sulla tempistica della consultazione popolare, con le opposizioni che temono una campagna referendaria troppo breve per poter illustrare adeguatamente le complessità e le implicazioni della riforma. Conte ha anche criticato l’operato di “tanti media in mano alla propaganda del Governo” che, a suo dire, continuerebbero a “diffondere notizie false sui contenuti e le conseguenze di questa riforma”.
I Punti Salienti della Riforma della Giustizia
La cosiddetta “riforma Nordio” è un pacchetto di interventi legislativi che mira a modificare in modo significativo l’ordinamento giudiziario italiano. Tra i punti più discussi e controversi vi sono:
- Separazione delle carriere: Il cuore della riforma prevede la creazione di percorsi distinti e non intercambiabili per giudici (magistratura giudicante) e pubblici ministeri (magistratura requirente). L’obiettivo dichiarato dal governo è garantire una maggiore terzietà del giudice.
- Istituzione di due CSM: La riforma prevede la nascita di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- Creazione di un’Alta Corte Disciplinare: Verrebbe istituito un nuovo organo per valutare le eventuali scorrettezze dei magistrati.
- Abolizione del reato di abuso d’ufficio: Una delle prime parti della riforma, già diventata legge, ha cancellato il reato di abuso d’ufficio, una norma a lungo contestata da molti amministratori locali.
- Modifiche alle intercettazioni: Sono state introdotte nuove e più stringenti regole sulla pubblicazione delle intercettazioni, con il divieto di riportare contenuti che non siano stati utilizzati dal giudice nella motivazione di un provvedimento o in dibattimento.
Il Fronte del “No” e la Raccolta Firme Popolare
La mobilitazione lanciata da Conte si affianca a iniziative già in campo. Un comitato per il “No”, presieduto da Giovanni Bachelet e sostenuto da sigle come CGIL, ANPI e ARCI, si oppone alla riforma. Parallelamente, un gruppo di 15 giuristi ha depositato una richiesta di referendum popolare, dando il via alla raccolta firme online tramite SPID o CIE. Questa iniziativa popolare, pur essendo parallela a quella già avviata per via parlamentare, è vista dai promotori come uno strumento per guadagnare tempo prezioso per la campagna informativa e per garantire spazi televisivi al fronte del “No”. La partenza della petizione è stata definita “sprint”, con oltre 50.000 firme raccolte nei primi giorni, nonostante il periodo festivo.
Le Ragioni del “Sì” e la Difesa del Governo
Dal canto suo, il fronte del “Sì” e i sostenitori della riforma, a partire dal Ministro Nordio, difendono l’impianto del provvedimento. Essi sostengono che la separazione delle carriere sia fondamentale per assicurare la parità tra accusa e difesa, come prescritto dall’articolo 111 della Costituzione, e per superare il potere delle correnti all’interno della magistratura. I proponenti negano che la riforma possa sottomettere i pubblici ministeri al potere esecutivo, sottolineando come l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garantite dall’articolo 104 della Costituzione, non vengano intaccate. Inoltre, viene ribadito che l’obbligatorietà dell’azione penale rimarrà in vigore, impedendo al governo di interferire con l’avvio delle inchieste.
La riforma, approvata in via definitiva dal Parlamento il 30 ottobre 2025 ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, necessita di un referendum confermativo per entrare in vigore. A differenza dei referendum abrogativi, quello costituzionale non richiede il raggiungimento di un quorum di partecipazione: per l’approvazione della legge basterà la maggioranza dei “Sì” tra i votanti. La data del voto non è ancora stata fissata, ma le ipotesi più probabili indicano la primavera del 2026, forse già a marzo.
