Dubai – Il sipario sta per alzarsi su una delle notti più scintillanti del calcio mondiale. Il 28 dicembre, l’esclusiva cornice di Dubai ospiterà i Globe Soccer Awards 2025, l’annuale appuntamento che celebra le eccellenze del pallone. Tra stelle del calibro di Kylian Mbappé e Lamine Yamal, e tecnici di fama internazionale come Luis Enrique e Hansi Flick, quest’anno brilla una luce nuova, un riconoscimento che segna una svolta epocale nel mondo dello sport: l’istituzione di un premio per il miglior mental coach.
In questa categoria inedita, a rappresentare l’Italia c’è un nome di assoluto prestigio: Nicoletta Romanazzi. Con oltre vent’anni di esperienza sul campo, ha affiancato atleti che hanno scritto la storia, guidandoli nella gestione della pressione e nella massimizzazione del potenziale. Da Marcell Jacobs, l’uomo che ha riportato l’Italia sul tetto dell’atletica mondiale, a Gianluigi Donnarumma, il portiere eroe degli Europei, la sua impronta è stata decisiva.
Una “battaglia” vinta: il riconoscimento di una professione
“Sono felicissima che sia stato inserito questo premio anche per la mia categoria”, ha dichiarato la Romanazzi in una conversazione telefonica con l’ANSA, trasmettendo tutta la sua soddisfazione. “Da anni porto avanti una vera e propria battaglia sul mio lavoro e vedere questo riconoscimento mi soddisfa”. Un traguardo che non è solo personale, ma che nobilita un’intera professione, per troppo tempo relegata ai margini e oggi finalmente riconosciuta come pilastro fondamentale per il successo di un atleta.
Il percorso non è stato semplice. Il mondo del coaching mentale ha vissuto una crescita esponenziale negli ultimi anni, ma ha dovuto fare i conti con scetticismo e resistenze culturali, soprattutto in un paese come l’Italia. La svolta, secondo la Romanazzi, ha un nome e un cognome: Marcell Jacobs. “Secondo me la percezione in Italia è cambiata con la vittoria di Jacobs ai Giochi di Tokyo”, spiega. “Ringraziandomi in mondovisione, ha fatto sì che gli atleti piano, piano si siano aperti a questa figura. Marcell l’ha sdoganata, ha rotto gli argini”.
Oggi la collaborazione tra i due è terminata, e sulla recente flessione del campione olimpico, la coach preferisce non entrare nel dettaglio, limitandosi a una riflessione carica di empatia: “Ha avuto molti cambiamenti e situazioni che lo hanno addolorato. È stato un susseguirsi di cose che forse lo hanno appesantito”.
L’equilibrio del campione: il fil rouge del successo
Qual è il segreto per gestire atleti di livello mondiale? Nicoletta Romanazzi individua un elemento comune, un fil rouge che lega tutti i top performer con cui ha lavorato: una competitività quasi smisurata. “È vero che ogni storia è a sé”, ammette, “ma il 99% delle volte mi sono ritrovata a dover abbassare la loro competitività che è molto alta e non lascia spazio al riposo, al piacere e al divertimento”.
Il rischio di un’eccessiva tensione agonistica è altissimo. Per i manager può tradursi in burnout, per gli sportivi in un aumento della probabilità di infortuni. “Io li aiuto a trovare un punto di equilibrio”, sottolinea. Un equilibrio che, ad esempio, sembra aver trovato alla perfezione un altro gioiello dello sport italiano, Jannik Sinner. “Viene gestito benissimo”, afferma la Romanazzi. “Quando rinuncia a un torneo o si prende un momento per riposare lo fa perché gli permette di restare in equilibrio”.
Le prossime sfide: dalla Formula 1 alle scuole
Guardando al futuro, i sogni e gli obiettivi non mancano. Quando le si chiede con chi le piacerebbe lavorare, la risposta è immediata: “Con qualcuno della Formula 1 o del tennis, magari Musetti o Cobolli. Tolgo Jannik solo perché quando lo guardo non saprei come migliorarlo”, dice ridendo. “Poi il mio lavoro è anche quello: aiutare le persone già forti a fare ancora di più”.
Tuttavia, la sfida più grande rimane quella culturale, specialmente in discipline tradizionaliste come il calcio. “Un po’ di resistenza rimane per diversi motivi”, spiega. “C’è una vecchia guardia che non ha avuto bisogno di una figura del genere e nemmeno esisteva, per questo non la capiscono”. La risposta della Romanazzi a chi sostiene che “ai loro tempi non ce n’era bisogno” è tagliente e riflessiva: “Chissà invece quanti campioni si sono persi perché gli è mancato un supporto mentale”.
Un altro ostacolo è la percezione errata del ruolo del mental coach, visto ancora da molti giovani atleti come una soluzione a un problema, piuttosto che come uno strumento di prevenzione e potenziamento. “I ragazzi hanno ancora un po’ paura, pensando che si debba ricorrere a questa figura perché c’è un problema, non rendendosi conto che serviamo a prevenire la potenziale crisi o ansia da prestazione”.
Per questo, il sogno più grande di Nicoletta Romanazzi va oltre i campi da gioco e le piste d’atletica: portare il coaching nelle scuole. “Vorrei insegnare ai ragazzi come far diventare la mente un alleato”. Un progetto ambizioso che, se venticinque anni fa sarebbe suonato come un’utopia, oggi appare come una necessità per formare non solo campioni, ma persone più consapevoli e resilienti. La candidatura al Globe Soccer Award è già una vittoria, il sigillo su un cambiamento inarrestabile.
