Un nuovo, duro colpo all’opposizione in Russia. Sergei Udaltsov, leader del movimento Fronte di Sinistra e una delle figure più riconoscibili e combattive del dissenso contro il Cremlino, è stato condannato a sei anni di reclusione da scontare in una colonia penale di massima sicurezza. La sentenza, emessa dal Secondo Tribunale Militare del Distretto Occidentale di Mosca, lo ha riconosciuto colpevole del reato di “giustificazione del terrorismo”.
L’attivista, 48 anni, che si trovava in detenzione preventiva dal gennaio 2024, ha accolto il verdetto con fermezza, definendolo “una decisione vergognosa” e annunciando l’immediato inizio di uno sciopero della fame come forma di protesta. Ha inoltre dichiarato che presenterà ricorso contro una condanna che ritiene puramente politica e basata su accuse inventate.
Le accuse e il processo
Le imputazioni a carico di Udaltsov, i cui dettagli sono stati in parte mantenuti segreti, traggono origine da alcuni post pubblicati online. Secondo quanto riportato dal sito di informazione indipendente russo Mediazona e confermato dallo stesso attivista, le accuse sarebbero legate al suo sostegno pubblico a un gruppo di attivisti di Ufa, autodefinitisi marxisti, a loro volta accusati di aver creato un’organizzazione terroristica. Questo gruppo è stato condannato all’inizio di dicembre 2025 con pene detentive estremamente severe, variabili dai 16 ai 22 anni di carcere.
La difesa di Udaltsov ha chiesto l’assoluzione, sostenendo l’infondatezza delle accuse, mentre la procura aveva richiesto una pena di sette anni. Il processo si è concluso con una condanna a sei anni, solo uno in meno rispetto alla richiesta dell’accusa, da scontare in un regime carcerario noto per le sue dure condizioni.
Chi è Sergei Udaltsov: un veterano dell’opposizione
Sergei Udaltsov non è un nome nuovo sulla scena politica russa. Leader carismatico del Fronte di Sinistra, un movimento affiliato al Partito Comunista, è stato una delle figure di spicco durante le grandi proteste di massa del 2011-2012, scatenate da diffuse denunce di brogli elettorali. In quel periodo, la sua visibilità era tale da portarlo a partecipare a un incontro con l’allora presidente Dmitrij Medvedev nel febbraio 2012.
La sua carriera politica è costellata di arresti e procedimenti giudiziari. Già nel 2014 era stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere per il suo ruolo nell’organizzazione di manifestazioni che, secondo le autorità, erano sfociate in disordini di massa. Rilasciato nel 2017, ha continuato la sua attività politica, mantenendo una posizione critica nei confronti del presidente Vladimir Putin e delle politiche del Cremlino.
Una particolarità della sua figura politica è la sua posizione complessa riguardo al conflitto in Ucraina. Pur avendo sostenuto l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su larga scala del 2022, è rimasto un critico del governo su altre questioni interne, distinguendosi da molti altri oppositori.
Un clima di repressione crescente
La condanna di Udaltsov si inserisce in un contesto di progressivo inasprimento della repressione contro ogni forma di dissenso in Russia, un fenomeno che si è intensificato drammaticamente dopo l’invasione dell’Ucraina. Le leggi sulla “giustificazione del terrorismo”, sul “discredito delle forze armate” e sugli “agenti stranieri” sono diventate strumenti potentissimi per silenziare giornalisti, attivisti e semplici cittadini che esprimono opinioni critiche.
Casi come quelli di Vladimir Kara-Murza, condannato a 25 anni di carcere, o di Oleg Orlov, co-presidente della ONG Memorial, dimostrano come lo spazio per la libertà di espressione nel paese si sia ridotto a livelli minimi. La macchina repressiva del Cremlino, come evidenziato da numerosi rapporti di organizzazioni per i diritti umani, non risparmia nessuno, colpendo figure note e cittadini comuni con l’obiettivo di soffocare ogni voce critica.
La sentenza contro Udaltsov, un veterano della politica di opposizione, rappresenta quindi un ulteriore segnale della determinazione del potere russo a non tollerare alcuna forma di dissenso organizzato, anche da parte di chi, come lui, ha mostrato posizioni ambigue su temi di politica estera cari al Cremlino.
