Un tranquillo allenamento pre-natalizio si è trasformato in un incubo per i giovani corridori della SC Padovani Polo Cherry Bank. Sabato scorso, lungo la Strada Statale 12 in Val d’Adige, nel comune di Dolcè (Verona), un’autovettura di colore scuro ha affiancato un gruppo di sette atleti, il conducente ha abbassato il finestrino e ha esploso due colpi di pistola nella loro direzione, per poi fuggire a tutta velocità. Fortunatamente, nessun ciclista è rimasto ferito, ma lo shock e la paura sono stati immensi. L’episodio ha immediatamente sollevato un’ondata di indignazione e riacceso il dibattito sulla sicurezza dei ciclisti sulle strade.

La dinamica dell’aggressione e le indagini

I ciclisti, di età compresa tra i 19 e i 22 anni, stavano pedalando in fila, seguiti a distanza dalle ammiraglie del team, come parte del loro training camp con base al Veronello Resort. In una fase di trasferimento, l’auto, descritta come una BMW di grossa cilindrata, si è avvicinata al gruppo e ha compiuto il folle gesto. I ragazzi, colti di sorpresa, hanno avuto appena il tempo di abbassarsi d’istinto per lo spavento.

Una volta rientrati al quartier generale, la dirigenza della squadra ha raccolto le testimonianze e il materiale video, filmato quasi per caso per scopi pubblicitari, presentando immediatamente denuncia ai Carabinieri della Compagnia di Caprino Veronese. Le indagini sono scattate tempestivamente. Nonostante l’assenza iniziale del numero di targa, i militari, analizzando i sistemi di lettura targhe e le telecamere di videosorveglianza, sono riusciti a individuare il veicolo grazie ad alcuni dettagli, come un faro non funzionante.

Identificato e denunciato il responsabile

In tempi record, le forze dell’ordine hanno identificato il responsabile: si tratta di un ragazzo di 25 anni, incensurato e residente in provincia di Verona. Messo alle strette, il giovane avrebbe ammesso le sue responsabilità, giustificando il gesto con futili motivi legati a contrasti durante la circolazione e una marcata “insofferenza” e “avversione” verso i ciclisti. Durante la perquisizione della sua abitazione e del veicolo, è stata rinvenuta e sequestrata l’arma utilizzata: una pistola a salve, priva del tappo rosso di sicurezza e occultata sotto il pianale del bagagliaio, dettaglio che secondo gli inquirenti dimostra come non fosse detenuta per scopi ludici. Il 25enne è stato denunciato in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Verona con le accuse di minaccia aggravata, porto di armi od oggetti atti ad offendere ed esplosioni pericolose.

Le reazioni del mondo del ciclismo e delle istituzioni

L’episodio ha suscitato una ferma condanna da parte di tutto il movimento ciclistico. Il presidente della SC Padovani, Galdino Peruzzo, ha espresso sollievo per l’incolumità dei ragazzi, definendo la vicenda “terribile”. “La strada è la palestra dei nostri ragazzi,” ha dichiarato, “ma di fronte alla follia di certi soggetti, non possiamo davvero fare nulla”. Peruzzo ha anche ricordato che non si tratta di un caso isolato, citando l’investimento di un altro atleta del team, Marco Palomba, da parte di un pirata della strada lo scorso settembre.

Anche il direttore sportivo Dimitri Konychev ha sottolineato le precauzioni prese dal team: “I nostri atleti indossano vestiario visibile e hanno le luci sulle bici per farsi notare. Serve maggior rispetto”. Sulla vicenda è intervenuta duramente anche la Federazione Ciclistica Italiana (FCI), che ha offerto assistenza legale alla squadra e ha annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale processo. La FCI ha definito l’accaduto “un grave gesto che appare diretto a colpire l’intero movimento ciclistico”.

Un problema culturale: l’odio verso i ciclisti

L’aggressione in Val d’Adige va oltre la cronaca di un singolo evento, inserendosi in un clima culturale preoccupante di ostilità verso chi si muove in bicicletta. Non si tratta di una “ragazzata”, ma di un atto di violenza deliberata che avrebbe potuto avere conseguenze tragiche. L’ammissione del giovane aggressore, che ha parlato di “fastidio” e “insofferenza”, è emblematica di una mentalità che vede il ciclista non come un utente legittimo della strada, ma come un ostacolo da rimuovere, un bersaglio. Questo episodio, fortunatamente senza feriti, funge da campanello d’allarme sulla necessità di promuovere una cultura del rispetto reciproco e della convivenza sicura su strada, per evitare che la prossima volta non si parli solo di un grande spavento.

Di veritas

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