Bruxelles – Gli occhi dell’Europa erano tutti puntati sull’Italia e sulla sua “enigmatica leader”, come l’ha definita il Financial Times, in uno dei vertici UE più complessi e delicati degli ultimi anni. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è trovata a gestire due dossier ad altissimo potenziale divisivo: il sostegno finanziario all’Ucraina attraverso l’uso degli asset russi congelati e la firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur. Su entrambe le questioni, la posizione italiana si è rivelata determinante, spostando gli equilibri e portando a un esito che la premier ha rivendicato come una vittoria del “buon senso”.
La partita degli asset russi: prevale la linea della prudenza
La proposta sul tavolo, caldeggiata dalla Commissione Europea e da Paesi come la Germania, prevedeva la creazione di un prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, garantito dai circa 210 miliardi di euro di beni della Banca Centrale Russa immobilizzati in Europa dopo l’invasione. Un meccanismo complesso, visto da molti come un passo necessario per assicurare a Kiev le risorse per resistere all’aggressione e avviare la ricostruzione. Tuttavia, fin da subito, l’ipotesi ha sollevato forti perplessità di natura giuridica, finanziaria e politica.
L’Italia, insieme ad altri Paesi come il Belgio (dove è custodita la maggior parte di questi fondi), la Francia e Malta, ha espresso forti dubbi. Le preoccupazioni principali, come sottolineato dalla stessa Meloni, riguardavano il rispetto del diritto internazionale, che protegge l’immunità dei beni sovrani, e i rischi per la stabilità finanziaria dell’Eurozona. L’idea di creare un precedente che potesse minare la fiducia degli investitori internazionali nell’euro come valuta di riserva ha spinto alla cautela. Inoltre, Mosca aveva minacciato dure ritorsioni legali ed economiche, un fattore che ha pesato non poco nella valutazione dei rischi.
Dopo una lunga e tesa negoziazione, durata fino a notte fonda, la linea italiana ha prevalso. L’opzione di utilizzare direttamente gli asset russi è stata accantonata. L’Unione Europea garantirà comunque il sostegno finanziario all’Ucraina per il biennio 2026-2027 attraverso un debito comune da 90 miliardi, sostenuto dal bilancio UE, con l’esenzione di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia dal contribuire alle garanzie. I beni russi restano congelati e potranno essere usati solo in futuro, qualora Mosca non pagasse le riparazioni di guerra. “Sono soddisfatta dei risultati”, ha commentato a caldo la premier Meloni, sottolineando come l’Italia abbia portato avanti le posizioni espresse in Parlamento.
Il nodo Mercosur: un rinvio strategico per tutelare l’agricoltura
L’altro fronte caldo del vertice era l’accordo commerciale tra l’UE e i Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), un’intesa negoziata per oltre vent’anni e che creerebbe una delle più grandi aree di libero scambio al mondo. Se da un lato l’accordo promette di abbattere dazi per miliardi di euro a favore delle imprese esportatrici, soprattutto nel settore manifatturiero, dall’altro ha sempre suscitato la ferma opposizione del mondo agricolo.
L’Italia, insieme alla Francia, ha guidato il fronte dei Paesi che chiedevano un rinvio della firma, prevista a stretto giro. La premier Meloni ha definito “prematuro” chiudere l’intesa senza adeguate “garanzie di reciprocità” e tutele aggiuntive per il comparto agricolo. Le preoccupazioni, condivise da associazioni come Coldiretti, riguardano la concorrenza di prodotti sudamericani che non sono soggetti agli stessi rigidi standard ambientali, sanitari e di sicurezza alimentare imposti ai produttori europei.
Anche su questo dossier, la posizione italiana è stata decisiva. In seguito a un colloquio telefonico tra Giorgia Meloni e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, si è convenuto di posticipare la firma a gennaio, per avere il tempo di approfondire i punti ancora aperti e trovare soluzioni che soddisfino le richieste del settore primario. Una mossa che permette all’Italia di prendere tempo per negoziare condizioni migliori, evitando una frattura che avrebbe potuto compromettere definitivamente l’accordo.
Il ruolo di Meloni: da “outsider” a protagonista
Il vertice di Bruxelles ha segnato un punto di svolta nella percezione di Giorgia Meloni sulla scena europea. Partita con lo scetticismo di molte cancellerie a causa del suo passato eurocritico, la premier italiana ha dimostrato, secondo il Financial Times, di saper agire con pragmatismo, mantenendo una linea filo-europea e atlantista nei momenti cruciali, come dimostra il suo costante e leale sostegno all’Ucraina. Questo Consiglio Europeo, tuttavia, ha mostrato una Meloni capace non solo di allinearsi, ma di dettare la linea, costruendo alleanze e facendo pesare il ruolo dell’Italia come Paese fondatore.
Le scelte compiute, pur complesse, sembrano rispondere a una duplice logica: da un lato, rafforzare la propria credibilità e influenza all’interno delle istituzioni europee; dall’altro, rispondere a precise istanze dell’elettorato e del sistema produttivo nazionale. La sfida, ora, sarà gestire le conseguenze di queste decisioni, sia nei rapporti con gli alleati europei sia nel complesso scenario geopolitico globale, dove l’UE è chiamata a dimostrare di essere un attore unito e determinante.
