MILANO – “Non abbiamo nessuna volontà di trasformare questo referendum in una battaglia politica, è tutta una battaglia di libertà, una libertà che il cittadino deve poter difendere”. Con queste parole nette, il vicepremier e segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, ha delineato la strategia del suo partito in vista dell’imminente consultazione referendaria sulla giustizia. Intervenendo tramite videomessaggio a un evento del partito tenutosi a Milano, Tajani ha voluto sgombrare il campo da ogni interpretazione strumentale: il voto non avrà ripercussioni sulla stabilità dell’esecutivo. “Il referendum sulla giustizia non avrà nessun esito nei confronti del governo: né lo rafforzerà, né lo indebolirà”, ha assicurato.

UNA BATTAGLIA IDENTITARIA PER FORZA ITALIA

La campagna per il “Sì” rappresenta per Forza Italia una “battaglia decisiva” e un “valore identitario” che affonda le sue radici nella storia stessa del movimento, fondato da Silvio Berlusconi. Lo ha ribadito lo stesso Tajani, sottolineando come la separazione delle carriere sia una “battaglia di civiltà” portata avanti per garantire ai cittadini una giustizia “davvero imparziale, rapida ed efficiente”. L’obiettivo dichiarato è quello di onorare la promessa fatta al fondatore del partito: assicurare a ogni cittadino di poter essere giudicato da un “giudice realmente libero, terzo e imparziale”. Per coordinare la campagna referendaria, Tajani ha nominato il deputato e vicepresidente di Montecitorio, Giorgio Mulè.

La mobilitazione sarà capillare e si articolerà su un doppio binario: da un lato l’impegno diretto del partito con gazebo in tutta Italia già da gennaio, dall’altro il sostegno ai comitati civici “Cittadini per il Sì”. L’intento è quello di coinvolgere la società civile per contrastare quella che viene definita la “disinformazione” e le “gigantesche fake news” diffuse dal fronte del “No”, attribuite in particolare al Partito Democratico e all’Associazione Nazionale Magistrati.

IL CUORE DELLA RIFORMA: SEPARAZIONE DELLE CARRIERE E GIUSTO PROCESSO

Il fulcro della riforma costituzionale sulla giustizia, fortemente voluta dal governo Meloni e approvata in via definitiva dal Senato, è la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti (i pubblici ministeri) e giudicanti (i giudici). Questo cambiamento, discusso da decenni in Italia, prevede concorsi di ammissione distinti e percorsi professionali separati. La riforma istituisce inoltre due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per ciascuna carriera, e una nuova Alta Corte disciplinare incaricata di giudicare gli illeciti dei magistrati.

L’obiettivo, secondo i promotori, è garantire un processo più equo, fondato sull’effettiva parità tra accusa e difesa. Come ha spiegato Tajani in altre occasioni, la riforma “esalta il ruolo del magistrato giudicante” e assicura che un “giudice terzo” decida, garantendo uguali poteri ad accusa e difesa. Si tratta, ha precisato, di una riforma non “contro i giudici”, ma “contro la politicizzazione della giustizia” e il sistema delle correnti interne alla magistratura.

LA SCELTA DI MILANO E I SONDAGGI

La scelta di Milano come luogo simbolico per lanciare questo messaggio non è casuale. Tajani ha sottolineato come il capoluogo lombardo sia “la città dove è stato infranto il principio di giustizia giusta”, auspicando che proprio da qui parta “una straordinaria mobilitazione”. Il riferimento, seppur non esplicito, rimanda a vicende giudiziarie che hanno segnato la storia politica del Paese e in particolare quella di Forza Italia, come l’avviso di garanzia ricevuto da Silvio Berlusconi nel 1994 mentre presiedeva una conferenza ONU a Napoli.

Il vicepremier si è mostrato fiducioso sull’esito della consultazione, pur senza dare nulla per scontato. “Stiamo lavorando tantissimo, non diamo mai per scontato l’esito del referendum, anche se nei sondaggi è favorito il Sì”, ha dichiarato. In effetti, diverse rilevazioni indicano una prevalenza dei favorevoli alla riforma. Un sondaggio dell’Istituto Noto per Porta a Porta di inizio dicembre 2025 indicava il “Sì” al 57% contro il 37% di “No”, con un’affluenza stimata al 53%. Un’altra rilevazione per la stessa trasmissione, più recente, dava il “Sì” al 38,3% e il “No” al 29,4%, ma con un’alta percentuale di indecisi (32,3%). Un sondaggio di Sky TG24 a novembre 2025 vedeva i favorevoli al 56%.

L’IMPEGNO DEL GOVERNO E LE PROSPETTIVE FUTURE

Tajani ha concluso il suo intervento ribadendo l’impegno del governo a portare a termine il programma di riforme entro la fine della legislatura, nel 2027. “Noi andremo avanti fino alla fine del 2027 per mantenere l’impegno preso nei confronti dei cittadini: ovvero fare le riforme”. La campagna referendaria si inserisce quindi in un quadro più ampio di azione governativa, ma viene presentata all’elettorato come una scelta di principio sulla qualità della democrazia e dei diritti individuali. La domanda posta ai cittadini, secondo le parole del vicepremier, è semplice e diretta: “Si sentono tutelati dal sistema oppure se lo vogliono cambiare?”. La risposta arriverà dalle urne, in un appuntamento che, al di là delle dichiarazioni, si preannuncia come un importante banco di prova politico.

Di veritas

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