TORINO – “Da quel dicembre 2007 poco è cambiato: ogni giorno muoiono quattro lavoratori in servizio”. È un grido d’allarme forte e chiaro quello lanciato oggi a Torino durante il presidio sotto la sede dell’Ispettorato nazionale del lavoro. A 18 anni dalla tragedia della ThyssenKrupp, che costò la vita a sette operai, la realtà delle morti bianche in Italia continua a essere una ferita aperta, un’emergenza nazionale che non accenna a placarsi.

La manifestazione, organizzata da un ampio fronte di sigle sindacali di base e realtà politiche tra cui Cub, Usb, Si Cobas, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista, ha voluto accendere i riflettori su una strage silenziosa che, secondo i dati forniti, ha raggiunto la cifra di 1.276 vittime nel 2025. Un dato agghiacciante, a cui si aggiungono “centinaia di migliaia” di infortuni e malattie professionali. I dati più recenti dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, basati su fonti INAIL, indicano che nei primi dieci mesi del 2025 le vittime sul lavoro in Italia sono state 896, sei in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Di queste, 657 sono avvenute in occasione di lavoro e 239 durante il tragitto casa-lavoro (in itinere).

Una strage quotidiana: i numeri della crisi

L’analisi dei dati rivela un quadro preoccupante. La media nazionale di incidenza è di 27,5 morti ogni milione di lavoratori. Regioni come Basilicata, Umbria, Puglia, Campania, Sicilia e Liguria si collocano in “zona rossa”, con un’incidenza superiore alla media nazionale. Anche il Piemonte figura in “zona arancione”, a testimonianza di una criticità diffusa su tutto il territorio. A livello assoluto, la Lombardia detiene il triste primato per numero di vittime (86), seguita da Veneto (70), Campania (62), Emilia-Romagna (56) e Piemonte (55).

Il settore delle costruzioni si conferma il più pericoloso, con 119 decessi registrati nei primi dieci mesi dell’anno, seguito dalle attività manifatturiere (98 vittime) e da trasporti e magazzinaggio (84). Questi numeri, secondo i manifestanti, non sono frutto di fatalità, ma la diretta conseguenza di “scelte dell’economia capitalista che accetta di sacrificare vite pur di non rispettare diritti, di spendere in protezione e formazione, di regolarizzare i dipendenti”.

Precarietà e appalti: il binomio che uccide

Nel mirino dei sindacati e dei movimenti ci sono soprattutto la precarietà dilagante e l’espansione incontrollata degli appalti in tutti i settori, compresi quelli pubblici. Un sistema che, secondo le denunce, favorisce il massimo ribasso a discapito della sicurezza e della dignità dei lavoratori. “Ogni volta che cambia l’appalto e cambia l’azienda si mette in discussione il posto di lavoro, il salario o una parte del salario, l’anzianità”, si legge in un’analisi della CGIL sul tema. Questo crea un terreno fertile per l’insicurezza, dove la formazione è spesso trascurata e le norme antinfortunistiche violate per comprimere i costi.

Le categorie più vulnerabili sono sempre le stesse: i lavoratori più anziani, spesso costretti a rimanere in servizio a causa dell’allungamento dell’età pensionabile, i giovani, i migranti e le donne, che più di altri subiscono condizioni di lavoro irregolare e precario. L’analisi per fasce d’età conferma che il rischio più elevato si registra tra gli over 65, con un’incidenza di 86,9 morti per milione di occupati, seguiti dalla fascia 55-64 anni. Preoccupa anche il dato relativo ai lavoratori stranieri, che presentano un rischio di infortunio mortale più che doppio rispetto agli italiani.

Una piaga che non risparmia nemmeno i giovanissimi, come dimostrano i tragici casi di studenti morti durante i percorsi di alternanza scuola-lavoro, oggi ridenominati PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento).

La richiesta: una legge per l’omicidio sul lavoro

Di fronte a questa “guerra non dichiarata”, la richiesta centrale del presidio è stata l’introduzione di una legislazione più stringente sulla sicurezza e, in particolare, di una legge sul reato di omicidio sul lavoro. L’obiettivo è colpire duramente le responsabilità di aziende e appaltatori, superando l’attuale impianto normativo che, secondo i promotori dell’iniziativa, si rivela spesso inefficace.

Esiste già una proposta di legge di iniziativa popolare, sostenuta da diverse realtà associative e sindacali, che mira a introdurre pene più severe per chi causa la morte di un lavoratore violando le norme sulla sicurezza. Il disegno di legge 1091 del 2024, ad esempio, prevede l’introduzione di un articolo specifico nel codice penale (589-quater) con pene che andrebbero dai 5 ai 10 anni di reclusione, aggravate in caso di mancata redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) o di rapporti di lavoro irregolari.

La mobilitazione di Torino si inserisce in un contesto di crescente attenzione sul tema, con l’obiettivo di trasformare l’indignazione per le continue tragedie in un’azione politica concreta, capace di imporre un cambiamento culturale e normativo che metta finalmente la vita e la sicurezza dei lavoratori al primo posto, prima del profitto.

Di veritas

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