Pianello Vallesina (Ancona) – Una vita spezzata dalla violenza, una morte che forse si poteva evitare. Sadjide ‘Sagi’ Musljia, una sarta di 49 anni di origine macedone, è stata trovata senza vita il 3 dicembre nella sua abitazione in via Garibaldi, a Pianello Vallesina di Monte Roberto, in provincia di Ancona. Il suo corpo, riverso sul letto e con il volto sfigurato, portava i segni inequivocabili di un’aggressione brutale, perpetrata con un tubo metallico da cantiere. A compiere l’atroce delitto è stato il marito, Nazif Muslija, 50 anni, al termine di una lunga storia di abusi e paura.
Una vita di terrore e la trappola di un mutuo
Sadjide viveva in un incubo. Da anni subiva i maltrattamenti del marito, un uomo descritto come violento e prevaricatore. La coppia, sposata da circa 30 anni e con un figlio di 26 residente in Svizzera, viveva da separata in casa. Lei al piano di sopra, lui in taverna. Una divisione fisica che non bastava a proteggerla. La notte, Sadjide si chiudeva a chiave nella sua camera da letto, assumendo tranquillanti per riuscire a dormire, terrorizzata da quell’uomo che non le dava pace. Nonostante la paura, si sentiva in trappola: un mutuo contratto insieme per quella casa le impediva di andarsene. Non poteva permettersi un affitto e non voleva rinunciare al lavoro e ai sacrifici di una vita.
Le colleghe del laboratorio di confezioni “Privilegio” di Jesi, dove ‘Sagi’ lavorava da 18 anni, erano diventate la sua famiglia, le sue confidenti. A loro raccontava la sua disperazione, il desiderio di divorziare e la speranza, vana, che il marito se ne andasse. Aveva anche tentato di accedere a una casa di accoglienza per donne maltrattate, ma senza successo. La titolare, Antonella Giampieri, la ricorda come una donna prima allegra e sorridente, poi trasformata dalla paura, tanto da trasalire al minimo tocco inaspettato. È stata proprio lei a dare l’allarme la mattina del 3 dicembre, quando Sadjide non si è presentata al lavoro.
Un percorso di violenza già noto alle autorità
La violenza di Nazif Muslija non era un segreto. Già ad aprile era stato arrestato per maltrattamenti, dopo aver sfondato con un’ascia la porta della camera da letto dove la moglie si era barricata. A luglio aveva patteggiato una condanna a un anno e dieci mesi, con pena sospesa subordinata alla partecipazione a un corso di recupero per uomini maltrattanti. Un percorso che, però, non ha mai iniziato. Secondo quanto emerso, non c’era posto nella struttura indicata. Questa falla nel sistema ha lasciato Sadjide senza protezione, di nuovo sotto lo stesso tetto del suo aguzzino.
La procuratrice capo di Ancona, Monica Garulli, ha espresso amarezza per la vicenda, sottolineando come certi casi meriterebbero una “corsia preferenziale” che in questa circostanza è mancata.
L’omicidio e la fuga
La mattina del 3 dicembre, la violenza è esplosa in tutta la sua ferocia. Nazif Muslija ha picchiato a morte la moglie, usando un tubo di ferro che è stato poi ritrovato all’esterno dell’abitazione, sporco di sangue. Subito dopo il delitto, si è dato alla fuga a bordo della sua Smart bianca. Le ricerche, coordinate dalla Procura di Ancona, si sono estese a livello internazionale.
Dopo 40 ore di latitanza, Nazif è stato ritrovato in una zona impervia del Maceratese, tra Sant’Anna e Braccano. Un cacciatore lo ha scoperto appeso a un albero con una corda, privo di sensi, e lo ha salvato tagliando la corda. Soccorso dal 118 e trasportato in ospedale, è stato dimesso rapidamente e trasferito nel carcere di Montacuto ad Ancona. Ora è accusato di omicidio volontario aggravato. Durante l’udienza di convalida del fermo, l’uomo ha dichiarato di non ricordare nulla, né dell’omicidio né del tentato suicidio.
Il dramma della violenza di genere: un’emergenza sociale
Il femminicidio di Sadjide Musljia è l’ennesima, tragica testimonianza di un’emergenza sociale che non accenna a placarsi. I dati sulla violenza di genere in Italia sono allarmanti. Secondo l’Istat, quasi 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito nel corso della loro vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono spesso perpetrate da partner o ex partner. Uno studio del CNR rivela che oltre 12 milioni di donne hanno subito violenza fisica o psicologica, ma solo il 5% ha denunciato. Questo dato evidenzia quanto il fenomeno sia ancora sommerso, nascosto tra le mura domestiche, alimentato dalla paura e dalla vergogna.
La storia di Sadjide è emblematica di come le vittime si trovino spesso isolate e senza vie d’uscita reali, intrappolate in situazioni economiche e psicologiche complesse. La sua morte non è solo una notizia di cronaca, ma un monito per le istituzioni e la società civile a rafforzare le reti di protezione, a garantire percorsi di uscita sicuri per le donne e a rendere effettivi e tempestivi i programmi di recupero per gli uomini maltrattanti.
