Pianello Vallesina (Ancona) – Una scia di violenza che culmina in tragedia, lasciando una comunità sconvolta e interrogativi angoscianti. Sadjide Muslija, una donna di 49 anni di origini macedoni, è stata trovata senza vita nella sua abitazione di via Garibaldi 75 a Pianello Vallesina, frazione di Monte Roberto, nella mattinata del 3 dicembre. Il suo corpo, riverso sul letto, portava i segni inequivocabili di un pestaggio brutale, con gravi ferite al cranio e al torace. L’arma del delitto, un tubo metallico da cantiere, è stata rinvenuta fuori dalla casa, ancora sporca di sangue.
L’allarme e la scoperta del corpo
A dare l’allarme è stato il datore di lavoro di Sadjide, preoccupato per la sua inspiegabile assenza dalla ditta di imballaggi dove lavorava come operaia. I carabinieri della stazione di Moie di Maiolati Spontini, intervenuti sul posto, si sono trovati di fronte a una scena raccapricciante. Immediatamente i sospetti si sono concentrati sul marito della vittima, Nazif Muslija, 50 anni, anche lui macedone, resosi irreperibile dalla stessa mattina e non presentatosi al lavoro in una ditta di produzione di infissi.
La fuga e il tentato suicidio del sospettato
È iniziata così una caccia all’uomo durata poco più di 24 ore. Nazif Muslija è stato rintracciato nel pomeriggio del giorno successivo in una zona impervia e boscosa a Braccano di Matelica, in provincia di Macerata. A trovarlo è stato un cacciatore, il cui cane ha fiutato la presenza dell’uomo. Muslija era privo di sensi, dopo aver tentato di togliersi la vita impiccandosi a un albero. Il cacciatore è intervenuto prontamente, tagliando la corda e chiamando i soccorsi. Sul posto sono giunti i carabinieri, che già stringevano il cerchio attorno al fuggitivo, e i sanitari del 118 che lo hanno stabilizzato e trasportato all’ospedale di Camerino.
Nonostante le gravi condizioni iniziali, il 50enne si è rapidamente ripreso, tanto da essere dimesso poche ore dopo il ricovero. Dopodiché, è stato trasferito nel carcere anconetano di Montacuto con l’accusa di omicidio volontario aggravato.
Una storia di violenza pregressa
Questo femminicidio, come troppo spesso accade, non è stato un fulmine a ciel sereno. Sadjide era vittima di maltrattamenti da parte del marito da almeno due anni. Già nell’aprile precedente, Nazif Muslija era stato arrestato per aver aggredito la moglie, sfondando la porta della camera da letto con un’ascia e minacciandola, accusandola di un presunto tradimento. In quell’occasione, Sadjide si era rifugiata dai vicini e aveva chiamato le forze dell’ordine.
Tuttavia, a luglio, l’uomo aveva patteggiato una pena di un anno e dieci mesi, uscendo di fatto dal carcere. Una delle condizioni del patteggiamento era la frequenza di un percorso per uomini maltrattanti, che però non era mai iniziato per una presunta “mancanza di posto” nella struttura indicata. Una circostanza che, secondo la procuratrice capo di Ancona, Monica Garulli, “lascia l’amaro in bocca”, sottolineando la necessità di corsie preferenziali per i casi di violenza più gravi. Sadjide, che aveva anche avviato una causa di separazione, aveva poi deciso di ritirarla, sperando che il marito potesse cambiare e tornando a vivere con lui. Una speranza tragicamente disattesa. Per paura, la donna era arrivata a chiudersi a chiave in camera da letto per dormire.
Le indagini e la posizione dell’indagato
Il caso è ora nelle mani del pubblico ministero di Ancona, Rosario Lioniello, che ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Durante l’udienza di convalida del fermo, svoltasi in videoconferenza dal carcere, Nazif Muslija, assistito da un avvocato d’ufficio, ha dichiarato di non ricordare nulla di quanto accaduto. “Non ricordo di aver ucciso mia moglie”, avrebbe detto al gip, aggiungendo di aver tentato il suicidio per la “grande paura di tornare in carcere”. Il giudice ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere, richiedendo anche una relazione sulle condizioni psicofisiche dell’uomo.
Intanto, il figlio trentenne della coppia, che vive e lavora in Svizzera, è rientrato ad Ancona dopo aver appreso la terribile notizia. Agli inquirenti avrebbe confidato: “Me lo aspettavo”. Una frase che pesa come un macigno e che racchiude il dramma di una violenza annunciata.
