Elon Musk, il vulcanico proprietario di X (ex Twitter), Tesla e SpaceX, ha nuovamente alzato il tiro nel suo scontro con le istituzioni europee, arrivando a paragonare l’Unione Europea al “Quarto Reich”. La provocazione, tanto grave quanto plateale, è avvenuta sulla sua stessa piattaforma social, dove Musk ha ricondiviso un’immagine che mostra una bandiera dell’UE sollevata per rivelare uno stendardo nazista con una svastica. A corredo del post originale, che recitava “Il Quarto Reich”, il miliardario ha aggiunto un commento lapidario ma inequivocabile: “praticamente”.
Questo episodio segna un’escalation senza precedenti in una relazione già tesa tra l’imprenditore di origine sudafricana e Bruxelles, una vera e propria guerra digitale e ideologica che si combatte a colpi di tweet, sanzioni e accuse reciproche. Ma cosa ha portato a un’affermazione così forte e quali sono le implicazioni di questo scontro?
La multa del Digital Services Act: la scintilla dello scontro
Il casus belli che ha scatenato l’ultima ira di Musk è una multa da 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione Europea alla piattaforma X. Si tratta della prima sanzione in assoluto comminata in base al nuovo e rigoroso Digital Services Act (DSA), la normativa europea che mira a regolamentare le grandi piattaforme online per contrastare la disinformazione e i contenuti illegali.
Secondo la Commissione, X avrebbe violato diversi obblighi di trasparenza. Le principali accuse riguardano:
- Design ingannevole: La gestione del sistema di verifica con la “spunta blu”, trasformato da strumento di autenticazione a servizio a pagamento, è stata giudicata tale da esporre gli utenti a truffe e impersonificazioni.
- Mancanza di trasparenza pubblicitaria: La piattaforma non avrebbe fornito un archivio pubblico e chiaro degli inserzionisti, una misura richiesta dal DSA per contrastare campagne di disinformazione.
- Accesso ai dati per i ricercatori: X è stata accusata di non aver garantito un accesso adeguato ai dati pubblici della piattaforma per i ricercatori, ostacolando il monitoraggio indipendente su temi cruciali come la propaganda politica.
La reazione di Musk alla sanzione è stata immediata e furiosa. Ancora prima del paragone con il regime nazista, aveva invocato la dissoluzione dell’Unione Europea, affermando che “dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli Paesi”. Ha inoltre accusato i funzionari europei di agire come “commissari della Stasi”, evocando la polizia segreta della Germania Est.
Una strategia di destabilizzazione?
L’attacco di Musk non sembra essere un evento isolato, ma si inserisce in quello che alcuni analisti definiscono un “pattern sistematico di interferenza” e una “campagna strutturata di pressione sulle democrazie europee”. L’obiettivo strategico, secondo queste interpretazioni, sarebbe duplice: da un lato, indebolire la capacità regolatoria dell’UE, che minaccia il suo modello di business basato su una moderazione dei contenuti più lasca; dall’altro, frammentare l’Unione per renderla più vulnerabile agli interessi industriali e all’influenza americana.
Questa strategia si manifesterebbe attraverso diverse azioni:
- Sostegno a forze euroscettiche: Musk ha espresso pubblicamente il suo appoggio a partiti di destra radicale e sovranisti in Europa. In Germania, ha definito Alternative für Deutschland (AfD), partito sotto sorveglianza dell’intelligence per sospetto estremismo, come “l’unica speranza per la Germania”, arrivando a intervistare la sua leader Alice Weidel sulla piattaforma X.
- Interferenze politiche: Il governo tedesco lo ha formalmente accusato di interferenza nelle elezioni federali. Anche nel Regno Unito, ha sostenuto figure populiste come Nigel Farage.
- Sfruttamento delle crisi: L’imprenditore interviene spesso in momenti di tensione politica, come durante i disordini nel Regno Unito, alimentando le narrative di polarizzazione.
Il paragone tra l’UE e il Terzo Reich, inoltre, non è nuovo, ma è un pilastro della propaganda russa più recente, che mira a delegittimare le istituzioni occidentali. Il fatto che Musk abbia rilanciato il post di un account con un orientamento filorusso ha sollevato ulteriori interrogativi sulle sue alleanze ideologiche.
La risposta di X e lo scontro con Thierry Breton
In una mossa quasi speculare alla sanzione, X ha annunciato la chiusura dell’account pubblicitario della Commissione Europea. Nikita Bier, responsabile di prodotto di X, ha accusato l’esecutivo comunitario di aver sfruttato una vulnerabilità tecnica per gonfiare artificialmente la portata di un link, inducendo gli utenti a credere che fosse un video. Bruxelles ha replicato affermando di utilizzare le piattaforme “in buona fede”.
Lo scontro personale tra Musk e l’ex Commissario europeo per il Mercato Interno, Thierry Breton, è emblematico di questa tensione. Breton è stato uno dei principali architetti del DSA e ha spesso ammonito Musk sul rispetto delle regole europee. Gli scambi tra i due sono stati accesi, con Musk che ha definito Breton un “tiranno d’Europa” e il politico francese che ha accusato il miliardario di “mentire spudoratamente” e di ingerenza straniera.
Un conflitto tra visioni del mondo
Al di là delle sanzioni e delle provocazioni, lo scontro tra Elon Musk e l’Unione Europea rappresenta un conflitto tra due visioni opposte del mondo digitale e della società. Da una parte, c’è la visione di Musk, vicina a quella dell’ala libertaria americana e dell’amministrazione Trump, che vede ogni forma di regolamentazione come una minaccia alla libertà di parola e all’innovazione. Dall’altra, c’è il modello europeo, che con normative come il DSA e il DMA (Digital Markets Act) cerca di imporre un quadro di regole per proteggere i cittadini e la democrazia dai rischi derivanti dal potere quasi monopolistico delle Big Tech.
Mentre la Commissione Europea sostiene che il DSA non riguarda la censura ma la trasparenza e la responsabilità, Musk e i suoi alleati lo dipingono come uno strumento per soffocare il dissenso. Questa battaglia, combattuta su un terreno digitale globale, avrà conseguenze profonde non solo per il futuro di X in Europa, ma anche per il dibattito mondiale su come governare internet e bilanciare libertà, sicurezza e potere economico.
