Napoli – Si è concluso con una condanna e un’assoluzione il processo di primo grado per la tragica morte di Luca Piscopo, il quindicenne deceduto il 2 dicembre 2021 dopo nove giorni di agonia. La sentenza, emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Napoli, Giuliana Taglialatela, ha riconosciuto la responsabilità del titolare del ristorante “all you can eat” del Vomero dove il ragazzo aveva mangiato sushi, infliggendogli una pena di due anni e sei mesi di reclusione. Parallelamente, è stato assolto il medico di base che aveva in cura il giovane. Entrambi erano accusati di omicidio colposo.

La vicenda, che ha profondamente scosso la comunità napoletana, risale al 23 novembre 2021, quando Luca, studente del liceo Pansini, pranzò con alcune amiche nel locale giapponese del quartiere collinare. Poche ore dopo quel pasto, il ragazzo iniziò a manifestare gravi sintomi come febbre alta, vomito e diarrea. Un calvario durato nove giorni, durante i quali le sue condizioni peggiorarono drasticamente, portandolo a una perdita di peso di oltre dieci chili, fino al tragico decesso.

LE INDAGINI E LE ACCUSE DELLA PROCURA

Secondo la ricostruzione della Procura di Napoli, rappresentata in aula dalla pm Federica Amodio, il decesso di Luca Piscopo è stato causato da una miocardite, una severa infiammazione del muscolo cardiaco. Questa patologia, secondo gli esiti dell’autopsia, sarebbe stata a sua volta scatenata da un’infezione da salmonella contratta a seguito dell’ingestione di pesce crudo contaminato nel ristorante. Anche alcune delle amiche che pranzarono con lui accusarono malori, sebbene in forma più lieve.

Per l’accusa, la morte del quindicenne si sarebbe potuta evitare. La Procura aveva infatti contestato non solo la responsabilità del ristoratore, un cittadino cinese di 55 anni, per omicidio colposo e per gravi violazioni in materia di igiene e conservazione degli alimenti, ma anche quella del medico di 61 anni, accusato di aver sottovalutato la situazione e di non aver prestato le cure tempestive e adeguate che avrebbero potuto salvare la vita del giovane. Al termine della requisitoria, erano state chieste pene più severe: tre anni di reclusione per il ristoratore e un anno e otto mesi per il medico.

LA SENTENZA E LE REAZIONI

La sentenza del giudice Taglialatela ha accolto solo in parte le richieste dell’accusa. Il ristoratore è stato ritenuto colpevole e, oltre alla pena detentiva, è stato condannato al pagamento di una provvisionale di 45mila euro per ciascuna delle parti civili costituitesi al processo, rappresentate dagli avvocati Marianna Borrelli, Rossella Esposito e Amedeo Bolla. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Arturo Cola e Vittoria Pellegrino.

L’assoluzione del medico ha invece suscitato profonda amarezza e rabbia nei familiari e negli amici di Luca, presenti in aula al momento della lettura del verdetto. “Non è stata fatta pienamente giustizia, questa rimarrà soltanto una verità giudiziaria”, ha dichiarato la madre di Luca, Maria Rosaria Borrelli. La donna ha criticato duramente la decisione, sottolineando come il medico non si sia mai interessato delle condizioni del figlio durante i dieci giorni di sofferenza. “Il mio errore è stato essermi fidato di un medico che non è stato professionale e non ha avuto coscienza”, ha aggiunto. Anche gli amici del ragazzo hanno espresso il loro sconcerto: “La vita di Luca non può valere due miseri anni e sei mesi. Il medico, che non ha saputo svolgere il suo lavoro, è stato assolto. Ancora una volta la giustizia italiana ha fallito”.

Questo caso giudiziario ha riacceso il dibattito sulla sicurezza alimentare nel settore della ristorazione e sulle responsabilità nella filiera sanitaria, evidenziando le difficoltà nel garantire tutele efficaci in situazioni di rischio per la salute pubblica.

Di veritas

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