La tensione sul futuro di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva ora in amministrazione straordinaria, ha raggiunto un nuovo picco. I segretari generali dei principali sindacati metalmeccanici, Ferdinando Uliano (Fim-Cisl), Michele De Palma (Fiom-Cgil) e Rocco Palombella (Uilm-Uil), hanno formalmente richiesto un incontro urgente a Palazzo Chigi, direttamente con la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La lettera, indirizzata anche al sottosegretario Alfredo Mantovano e ai ministri Giancarlo Giorgetti (Economia), Adolfo Urso (Imprese) e Maria Elvira Calderone (Lavoro), descrive uno scenario allarmante, parlando di una “situazione estremamente grave” che sta generando “conflitti e forti tensioni sociali nei territori”.
Al centro delle preoccupazioni sindacali vi è il cosiddetto “piano a ciclo corto” presentato dal governo, interpretato non come una strategia di rilancio, ma come un preludio a una vera e propria “operazione di dismissione delle attività produttive”. Secondo le organizzazioni dei lavoratori, questa strategia avrebbe “pesanti e irreversibili ripercussioni” sul futuro degli stabilimenti, aggravando le già profonde incertezze sul salvataggio, sulla decarbonizzazione e sulla tenuta occupazionale del più grande polo siderurgico d’Europa.
Le Richieste dei Sindacati: un Appello per la Continuità Produttiva
Nella missiva, i sindacati avanzano richieste precise e non negoziabili per scongiurare quello che temono possa essere un “effetto domino” devastante per l’intera filiera industriale italiana. Le richieste includono:
- Il ritiro immediato del “piano corto” e la conseguente sospensione delle operazioni di spegnimento delle batterie 7-8-9-12 a Taranto.
- La garanzia della continuità produttiva per gli stabilimenti del Nord, attraverso l’invio dei coils (rotoli d’acciaio) da Taranto verso i siti di Genova, Novi Ligure e Racconigi.
- Lo stop a ulteriori allontanamenti dei lavoratori per corsi di formazione definiti “senza prospettiva lavorativa”, una pratica che i sindacati vedono come un fermo mascherato.
- L’avvio di un concreto piano di manutenzione degli impianti, da tempo considerato carente e fondamentale per la sicurezza e l’efficienza produttiva.
La richiesta di un tavolo a Palazzo Chigi, con la presenza diretta della premier Meloni, è vista come l’unica sede appropriata per affrontare una crisi di tale portata strategica per il Paese. In assenza di un rapido riscontro, i sindacati sono pronti a intensificare la protesta, minacciando “iniziative di mobilitazione di carattere nazionale”.
Il Contesto: Proteste e un Clima di Incertezza
La richiesta formale giunge in un clima di alta tensione, con mobilitazioni e scioperi che hanno già interessato diversi stabilimenti del gruppo. A Genova, i lavoratori hanno bloccato strade e autostrade per protestare contro l’interruzione dell’arrivo dei materiali da Taranto, una scelta che fermerebbe di fatto l’unica produzione nazionale di banda stagnata, materiale cruciale per l’industria conserviera e degli imballaggi. A Taranto, la protesta è sfociata in uno sciopero a oltranza e nel blocco di importanti arterie stradali.
Il governo, dal canto suo, ha convocato tavoli territoriali separati per il Nord e per il Sud, una mossa criticata dai sindacati e da alcuni amministratori locali come un tentativo di dividere il fronte dei lavoratori e di portare avanti una “vendita a pezzi” del gruppo. Il ministro Urso ha parlato della necessità di valutare nuovi investimenti produttivi, ma le risposte fornite finora sono state giudicate insufficienti dalle parti sociali. La crisi di Acciaierie d’Italia si inserisce, peraltro, in un contesto europeo difficile per la siderurgia, stretto tra la concorrenza internazionale, i costi energetici e le sfide della transizione ecologica.
Il “Ciclo Corto”: Una Strategia Controversa
Il piano del governo, basato sul cosiddetto “ciclo corto”, prevede che lo stabilimento di Taranto produca coils per venderli direttamente sul mercato, interrompendo le forniture agli impianti del Nord che si occupano delle lavorazioni successive. Questa decisione, secondo i sindacati, non solo metterebbe immediatamente in ginocchio gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, ma segnerebbe la fine dell’idea stessa di un polo siderurgico nazionale integrato. La Fiom-Cgil ha parlato apertamente di un “suicidio industriale e strategico”, che rischia di cancellare migliaia di posti di lavoro e di rendere l’Italia dipendente dalle importazioni di acciaio.
La situazione è aggravata dall’incertezza sul futuro assetto proprietario, con la gara per la vendita che sembra essere a un punto morto e con potenziali acquirenti che avanzano proposte con pesanti tagli occupazionali. I lavoratori e i loro rappresentanti chiedono un piano industriale credibile, con garanzie sull’occupazione, sulla sicurezza e su un percorso di decarbonizzazione che non sia solo uno slogan, ma una reale prospettiva di sviluppo sostenibile. L’appello a Giorgia Meloni è, in questo senso, un’ultima chiamata per una presa di responsabilità diretta da parte del vertice del governo, prima che la crisi diventi irreversibile.
