Torino – Una giornata di sciopero indetta per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei giornalisti si è trasformata in un pomeriggio di alta tensione e violenza nel capoluogo piemontese. Ieri, intorno alle 14, un gruppo di circa cento manifestanti ha fatto irruzione nella sede del quotidiano La Stampa, in via Lugaro, approfittando dell’assenza dei redattori che avevano aderito alla mobilitazione sindacale.

L’irruzione e la devastazione

Il gruppo, composto da attivisti vicini a centri sociali e collettivi studenteschi, si è staccato dal corteo principale dello sciopero generale che vedeva sfilare circa duemila persone. L’azione, descritta come un vero e proprio “assalto”, appare pianificata. I manifestanti, in parte con il volto coperto da passamontagna, hanno forzato un ingresso secondario, divelto telecamere di sorveglianza esterne e, una volta all’interno, hanno messo a soqquadro gli uffici. Scrivanie rovesciate, pile di giornali e libri gettati a terra, muri e vetrate imbrattate con vernice spray sono il bilancio dei danni materiali.

All’esterno, contro i cancelli della sede, è stato lanciato del letame, un gesto dal forte valore oltraggioso. Le scritte lasciate sui muri non lasciano dubbi sulla matrice della protesta: slogan come “Free Palestine” e accuse dirette ai media, considerati parziali nel racconto del conflitto in Medio Oriente.

Le motivazioni della protesta e le minacce

Le urla e gli slogan dei manifestanti hanno chiarito le ragioni dell’assalto. Oltre al sostegno alla causa palestinese, il gruppo ha protestato contro il provvedimento di espulsione emesso nei giorni scorsi nei confronti di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo a Torino, destinatario di un decreto di espulsione per motivi di sicurezza nazionale. I manifestanti hanno accusato i giornalisti di essere “complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin”, ritenendo la stampa responsabile di una narrazione che avrebbe favorito il provvedimento contro la guida religiosa. Su uno striscione si leggeva “Free Shahin”.

Le invettive contro la categoria sono state pesanti e minacciose, con frasi come “Giornalista terrorista, sei il primo della lista” e, rivolte a chi tentava di riprendere la scena, “Giornalista ti uccido”. Queste minacce hanno suscitato un’immediata ondata di sdegno e preoccupazione per la sicurezza degli operatori dell’informazione.

Le reazioni del mondo politico, istituzionale e le indagini

L’episodio ha immediatamente provocato la ferma e unanime condanna da parte di tutto l’arco politico e delle più alte cariche dello Stato. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso “ferma condanna” e solidarietà ai giornalisti, definendo l’irruzione “un atto grave contro la libertà di informazione”. Anche la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha telefonato al direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, parlando di un “fatto gravissimo e inaccettabile” e ribadendo che “l’informazione libera non può essere intimidita”. Solidarietà è giunta anche dai leader di maggioranza e opposizione, tra cui i presidenti di Senato e Camera, La Russa e Fontana, la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5S Giuseppe Conte.

Anche le organizzazioni sindacali dei giornalisti, a partire dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), hanno espresso la loro più totale solidarietà ai colleghi, definendo l’accaduto “un’aggressione violenta alla libertà di informazione”. Le forze dell’ordine si sono subito attivate: la Digos di Torino, grazie alla visione dei filmati delle telecamere di sorveglianza, ha già identificato e denunciato per danneggiamento aggravato, violazione di domicilio e minacce oltre 30 persone. La Prefettura ha inoltre disposto misure per una maggiore protezione delle sedi di altre testate giornalistiche.

Il dibattito e le polemiche

L’assalto ha innescato un acceso dibattito pubblico. Ha suscitato particolare polemica la dichiarazione di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, che pur condannando la violenza, ha affermato che l’episodio “sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro”. Queste parole hanno provocato la dura reazione della premier Meloni e di numerosi esponenti politici, che le hanno definite “gravissime” e “inaccettabili”, sottolineando che la violenza non può mai essere giustificata o minimizzata.

Di veritas

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