Santiago del Cile – Un milione di dollari destinato a sostenere il popolo cubano è diventato il fulcro di un’accesa controversia politica in Cile, mettendo a nudo la profonda divergenza ideologica tra il governo progressista uscente di Gabriel Boric e l’amministrazione ultraconservatrice entrante di José Antonio Kast. La decisione di inviare aiuti umanitari all’isola caraibica, attanagliata da una crisi senza precedenti, ha innescato una dura reazione da parte del presidente eletto, che ha condizionato la solidarietà a precise richieste di cambiamento politico a L’Avana.
La mossa del governo Boric: un aiuto attraverso l’UNICEF
Di fronte a quella che è stata definita una “catastrofe umanitaria” a Cuba, il governo del presidente Gabriel Boric ha annunciato l’invio di un contributo finanziario di un milione di dollari. L’iniziativa, come specificato dal Ministro degli Esteri Alberto van Klaveren, non consiste in un trasferimento diretto di fondi al governo cubano. Il denaro sarà infatti erogato tramite il “Fondo Chile contra el Hambre y la Pobreza” e canalizzato attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF). L’obiettivo è sostenere gli interventi dell’agenzia ONU sull’isola, focalizzati sulla fornitura di acqua, assistenza sanitaria, nutrizione e altri servizi essenziali, con un’attenzione particolare a bambini e adolescenti. L’amministrazione Boric ha motivato la decisione sottolineando la grave crisi energetica, sanitaria e alimentare che affligge Cuba, una situazione aggravata, a suo dire, dall’inasprimento dell’embargo statunitense.
La dura reazione di Kast: “Prima la democrazia”
La risposta di José Antonio Kast, che si insedierà come presidente il prossimo 11 marzo, non si è fatta attendere. In una delle sue prime uscite pubbliche dopo un periodo di vacanza, il leader ultraconservatore ha espresso il suo netto disaccordo. “Non sono d’accordo con l’erogazione di aiuti economici diretti a un governo che ha instaurato una dittatura per oltre 60 anni e ha gettato il popolo cubano in una situazione di estrema povertà e disumanizzazione”, ha dichiarato Kast. Secondo il presidente eletto, “qualsiasi aiuto umanitario deve essere subordinato a una richiesta di apertura democratica al governo castrista”. Kast ha inoltre minimizzato l’impatto dell’embargo statunitense, sostenendo che “il maggior blocco è non permettere lo sviluppo della cittadinanza nell’imprenditoria, nell’arrivo di tecnologia”.
Un dibattito che riflette due visioni del mondo
La polemica travalica la questione specifica degli aiuti a Cuba, riflettendo due visioni opposte della politica estera e della cooperazione internazionale. Da un lato, il governo Boric, in linea con un approccio multilateralista e umanitario, difende il principio di solidarietà tra i popoli, specialmente in situazioni di grave crisi, e condanna le sanzioni unilaterali che colpiscono la popolazione civile. Boric ha definito “criminale” l’embargo statunitense, considerandolo un “attentato ai diritti umani di tutto un popolo”. Dall’altro lato, la posizione di Kast si allinea a una politica estera più transazionale e ideologica, dove gli aiuti sono visti come uno strumento di pressione per promuovere cambiamenti politici in linea con i propri valori. Questa posizione segna una netta discontinuità con la politica estera del suo predecessore, prefigurando un cambiamento nelle relazioni del Cile, in particolare con i governi di sinistra della regione.
La crisi cubana: un contesto drammatico
Le dichiarazioni politiche cilene si inseriscono in un contesto cubano estremamente difficile. L’isola sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, paragonabile al “periodo especial” degli anni ’90. La carenza di carburante provoca continui e prolungati blackout, la mancanza di cibo e medicinali è cronica e il sistema di protezione sociale è al collasso. La situazione è esacerbata dall’embargo statunitense, recentemente inasprito, che limita l’accesso a beni essenziali e finanziamenti. Anche le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione, avvertendo del rischio di un “collasso umanitario” e sottolineando l’impatto della crisi sui diritti umani della popolazione.
La decisione del Cile di inviare aiuti, seppur modesta nella cifra, assume quindi un valore simbolico importante. Mentre il governo uscente la presenta come un atto di pura solidarietà umanitaria, gestito da un’organizzazione internazionale imparziale come l’UNICEF, il presidente eletto la interpreta come un sostegno a un regime che considera illegittimo, sollevando un interrogativo fondamentale: la solidarietà internazionale può e deve essere separata dalle considerazioni politiche?
