BUDAPEST – Con un tono bellicoso e una retorica che non lascia spazio a mediazioni, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha infiammato il clima politico in vista delle cruciali elezioni parlamentari previste per aprile. Nel suo tradizionale discorso annuale sullo stato della nazione, il leader di Fidesz ha promesso di portare a termine il suo progetto di trasformazione dell’Ungheria, dichiarando guerra aperta a quella che ha definito la “macchina oppressiva di Bruxelles” e a tutti i suoi presunti alleati interni.
“Il lavoro è solo a metà”, ha proclamato Orbán, assicurando che dopo una nuova vittoria elettorale la sua offensiva contro “organizzazioni pseudo-civili, giornalisti, giudici e politici comprati” non solo continuerà, ma verrà intensificata. Queste parole delineano una strategia chiara: consolidare ulteriormente il potere e rimuovere ogni ostacolo alla sua visione di uno “Stato illiberale”, un concetto da lui stesso teorizzato che privilegia l’identità nazionale e il controllo dell’esecutivo sui principi del liberalismo occidentale.
Lo scontro frontale con l’Unione Europea
Al centro del discorso di Orbán vi è, ancora una volta, lo scontro con le istituzioni europee. L’accusa rivolta a Bruxelles è quella di essere una “macchina oppressiva” che interferisce indebitamente nella sovranità nazionale ungherese. “La spazzeremo via dopo aprile”, ha tuonato il premier, dipingendo le imminenti elezioni come un referendum sulla permanenza dell’Ungheria in un’Europa che, a suo dire, è manovrata da “burocrati di Bruxelles”, da Washington e dall'”impero Soros”. Questa narrazione anti-UE è un pilastro della sua politica da anni e mira a compattare la sua base elettorale attorno all’idea di una nazione sotto assedio, che difende i propri valori cristiani e la propria identità da forze globaliste esterne.
La tensione tra Budapest e Bruxelles è tutt’altro che astratta. L’Unione Europea ha da tempo avviato diverse procedure contro l’Ungheria per la sistematica erosione dello stato di diritto, che riguarda l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media, la lotta alla corruzione e la tutela dei diritti fondamentali. Questi contrasti hanno portato al congelamento di miliardi di euro di fondi UE destinati all’Ungheria, una misura che Orbán denuncia come un ricatto politico.
Nel mirino la società civile e la “difesa della sovranità”
L’attacco a giornalisti, giudici e ONG non è una novità, ma si inserisce in una strategia legislativa ben precisa. Il fulcro di questa strategia è la controversa legge sulla “Difesa della Sovranità Nazionale”, entrata in vigore a fine 2023. Questa legge ha istituito un “Ufficio per la Difesa della Sovranità” con ampi poteri per indagare su individui e organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero e che, secondo il governo, potrebbero influenzare il dibattito pubblico e le elezioni.
La Commissione Europea ha immediatamente avviato una procedura d’infrazione, ritenendo che la legge violi diversi principi fondamentali del diritto comunitario, tra cui la libertà di espressione e di associazione, il diritto alla privacy e le norme democratiche. Per i critici, si tratta di uno strumento pensato per intimidire e silenziare ogni forma di dissenso, etichettando come “agenti stranieri” la società civile indipendente, i media non allineati e gli oppositori politici.
Un test elettorale cruciale
Le elezioni di aprile, fissate per il giorno 12, si preannunciano come la sfida più difficile per Orbán dal suo ritorno al potere nel 2010. Nonostante il sistema elettorale modificato a vantaggio di Fidesz, i sondaggi mostrano un testa a testa con la coalizione delle opposizioni, che per la prima volta si presenta unita. La campagna elettorale di Orbán si concentra sulla demonizzazione dell’avversario, descritto come un “burattino di Bruxelles” sostenuto da multinazionali e interessi stranieri, pronto a svuotare le tasche degli ungheresi.
Dall’altra parte, l’opposizione punta su temi come la lotta alla corruzione, il miglioramento dei servizi pubblici e il ripristino di relazioni costruttive con l’Unione Europea. Il risultato del voto non determinerà solo il futuro politico dell’Ungheria, ma avrà profonde ripercussioni sull’equilibrio di potere all’interno dell’UE, dove Orbán si è affermato come leader del fronte sovranista ed euroscettico. Una sua vittoria con un nuovo mandato rafforzato potrebbe accelerare ulteriormente la deriva “illiberale” del paese, esacerbando il conflitto con Bruxelles e mettendo a dura prova la coesione dell’Unione.
