Il panorama politico italiano è nuovamente attraversato da un dibattito storico e cruciale per gli equilibri della democrazia rappresentativa: il vincolo di mandato. La Lega, guidata da Matteo Salvini, ha infatti annunciato di aver preparato una proposta di legge costituzionale volta a modificare l’articolo 67 della Costituzione. L’obiettivo dichiarato è porre un freno al fenomeno dei cosiddetti “cambi di casacca”, ovvero il passaggio di deputati e senatori da un gruppo parlamentare a un altro durante il corso della legislatura.

Secondo i dati diffusi dal Carroccio, nell’ultima legislatura si sarebbero registrati quasi 300 di questi passaggi, un numero che ha spinto il partito a definire la propria iniziativa come una “proposta anti-traditori”. Una mossa politica che arriva in un momento significativo, a seguito dell’addio al partito da parte dell’europarlamentare Roberto Vannacci e di due deputati, Edoardo Ziello e Rossano Sasso, che hanno deciso di seguirlo nel nuovo progetto “Futuro Nazionale”. Lo stesso Vannacci ha respinto le accuse di tradimento, affermando: “Io non ho usato la Lega come un taxi, è il taxi che ha cambiato strada”.

La modifica proposta all’articolo 67

Il cuore della proposta leghista risiede in una riscrittura netta dell’articolo 67 della Carta Costituzionale. Attualmente, l’articolo recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questo principio, cardine della democrazia rappresentativa italiana e presente nella maggior parte delle democrazie occidentali, garantisce al parlamentare la libertà di agire secondo coscienza nell’interesse della Nazione, senza essere legalmente obbligato a seguire le direttive del partito con cui è stato eletto.

La nuova formulazione avanzata dalla Lega modificherebbe radicalmente questo principio. Il testo proposto sarebbe il seguente: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni con vincolo di mandato. I membri del Parlamento che, all’inizio del mandato o nel corso della legislatura, aderiscono ad un gruppo parlamentare che rappresenta un partito o movimento politico diverso da quello a cui appartenevano al momento dell’elezione decadono dal mandato parlamentare”.

In sostanza, l’introduzione del vincolo di mandato comporterebbe una conseguenza diretta e automatica per chi decide di cambiare schieramento: la decadenza dalla carica di deputato o senatore.

Il contesto: il “trasformismo parlamentare”

Il fenomeno dei cambi di gruppo, spesso etichettato con il termine “trasformismo”, non è una novità nel dibattito politico italiano. Già in passato, altre forze politiche, come il Movimento 5 Stelle, avevano fatto della lotta a questa pratica uno dei loro cavalli di battaglia. Le statistiche mostrano un’incidenza significativa del fenomeno: nella XVII legislatura (2013-2018) si sono registrati ben 566 cambi di gruppo, coinvolgendo circa un eletto su tre. Nella legislatura successiva, la XVIII, i cambi di casacca sono stati oltre 400, interessando quasi 300 parlamentari.

Questi numeri alimentano da tempo la discussione sulla coerenza tra il voto degli elettori e la composizione effettiva del Parlamento, sollevando questioni sulla stabilità politica e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. I sostenitori del vincolo di mandato argomentano che esso sia necessario per garantire il rispetto della volontà popolare espressa nelle urne e per rafforzare la coesione degli schieramenti politici.

Le implicazioni giuridiche e il dibattito

L’introduzione del vincolo di mandato attraverso una modifica costituzionale aprirebbe scenari complessi e solleverebbe importanti questioni di natura giuridica e politica. Il divieto di mandato imperativo, così come concepito dai padri costituenti, è una garanzia dell’indipendenza del parlamentare, che deve poter agire al riparo da pressioni esterne, rappresentando l’intera Nazione e non solo gli interessi di una parte.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 14 del 1964, ha chiarito che il divieto di mandato imperativo assicura la libertà dei membri del Parlamento, i quali sono liberi di votare secondo gli indirizzi del proprio partito, ma anche di discostarsene senza subire conseguenze legali. Una modifica in senso restrittivo di questo principio si scontrerebbe con questa consolidata interpretazione e con un pilastro fondamentale della nostra architettura costituzionale.

I critici della proposta leghista sostengono che il vincolo di mandato potrebbe portare a un’eccessiva partitocrazia, dove la lealtà al partito prevarrebbe sulla libertà di coscienza del singolo eletto, limitando il dibattito interno e la dialettica democratica. D’altro canto, i fautori della riforma insistono sulla necessità di porre un argine a un fenomeno che, a loro avviso, mina la credibilità della politica e altera gli equilibri di potere decisi dagli elettori.

La proposta di legge della Lega dovrà ora intraprendere il complesso iter parlamentare previsto per le riforme costituzionali, che richiede maggioranze qualificate e la possibilità di un referendum confermativo. Il dibattito che ne scaturirà sarà un importante momento di riflessione sulla natura della rappresentanza politica e sul futuro degli assetti istituzionali del Paese.

Di veritas

🔍 Il vostro algoritmo per la verità, 👁️ oltre le apparenze, 💖 nel cuore dell’informazione 📰

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *