L’Aula della Camera dei Deputati ha dato il suo primo, storico via libera alla proposta di legge sulla regolamentazione dei gruppi di pressione, comunemente noti come lobby. Con 122 voti favorevoli e 104 astensioni, espresse da tutte le forze di opposizione, il testo compie un passo significativo nel suo iter parlamentare e approda ora al Senato per la seconda e, si auspica, definitiva lettura. Si tratta di un provvedimento atteso da decenni, che mira a colmare un vuoto normativo e a introdurre maggiore trasparenza nei processi decisionali pubblici.
Cosa prevede la nuova legge sulle lobby
Il cuore della nuova disciplina è l’istituzione di un “Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi” presso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). L’iscrizione a questo registro sarà obbligatoria per tutti coloro che, professionalmente, svolgono attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Questo include non solo le grandi aziende e le multinazionali, ma anche studi legali, società di consulenza, organizzazioni non governative e associazioni di categoria.
I soggetti iscritti saranno tenuti a rispettare un preciso codice di condotta, che stabilisce le modalità con cui possono interagire con deputati, senatori, membri del governo, e alti dirigenti della pubblica amministrazione. Tra i punti salienti del testo, troviamo:
- Trasparenza degli incontri: I decisori pubblici dovranno rendere pubblica la propria agenda, indicando gli incontri avuti con i portatori di interessi.
- Informazioni pubbliche: Il registro conterrà informazioni dettagliate sui lobbisti, incluse le risorse finanziarie impiegate per l’attività di lobbying e i clienti per conto dei quali agiscono.
- Divieti e incompatibilità: Vengono introdotte norme per prevenire i conflitti di interesse, come il divieto per i parlamentari di svolgere attività di lobbying per un certo periodo dopo la fine del loro mandato (il cosiddetto “revolving door” o “pantouflage”).
- Sanzioni: Sono previste sanzioni, che vanno dalla sospensione alla cancellazione dal registro, per chi viola le norme del codice di condotta.
Il dibattito in Aula e le posizioni politiche
L’approvazione del testo è arrivata al termine di un dibattito che ha visto la maggioranza difendere la bontà di un provvedimento definito “equilibrato e necessario per la democrazia”. Il relatore della legge ha sottolineato come l’obiettivo non sia demonizzare l’attività di lobbying, che in sé è una legittima rappresentanza di interessi particolari, ma di renderla trasparente e ricondurla entro regole chiare, a garanzia dell’interesse pubblico generale.
D’altra parte, l’astensione compatta di tutte le forze di opposizione segnala una profonda insoddisfazione. Le critiche principali si sono concentrate su alcuni aspetti ritenuti troppo deboli. Secondo le opposizioni, la legge non prevederebbe sanzioni sufficientemente dissuasive per le violazioni più gravi e lascerebbe scoperte alcune aree grigie. In particolare, è stata sollevata la questione dell’ambito di applicazione, giudicato da alcuni troppo ristretto, e della mancanza di un’autorità di vigilanza veramente indipendente e dotata di poteri ispettivi incisivi.
Un percorso lungo e travagliato
Quello per arrivare a una legge sulle lobby in Italia è stato un percorso lungo decenni, costellato di numerosi tentativi falliti. Fin dalle prime legislature della Repubblica si è discusso della necessità di regolamentare questa attività per prevenire fenomeni di corruzione e per garantire che le decisioni politiche non fossero indebitamente influenzate da interessi economici potenti. La mancanza di una normativa specifica ha reso l’Italia uno dei pochi grandi paesi europei a non avere una disciplina organica in materia, una lacuna spesso evidenziata da organismi internazionali come il GRECO (Gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa).
Ora, con il passaggio del testo al Senato, si apre una fase cruciale. Se Palazzo Madama approverà il testo senza modifiche, la legge diventerà finalmente realtà. In caso contrario, sarà necessario un ulteriore passaggio alla Camera, con il rischio di un allungamento dei tempi che potrebbe mettere a repentaglio l’approvazione definitiva entro la fine della legislatura.
