TEHERAN – In un discorso carico di tensione, la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato un monito severo e inequivocabile contro i manifestanti che animano le proteste in tutto il paese, dichiarando che le autorità “devono spezzare la schiena ai sediziosi”. Questa affermazione, pronunciata durante la festività islamica dell’Eid al-Mab’ath, segna un ulteriore inasprimento della posizione del regime di fronte a un’ondata di malcontento popolare che non accenna a placarsi. Le parole di Khamenei non solo delineano la strategia di repressione interna, ma si inseriscono in un complesso quadro di accuse dirette agli Stati Uniti, ritenuti i principali istigatori della “sedizione”.

Il “complotto americano” e le accuse a Trump

Secondo la massima autorità politica e religiosa iraniana, le proteste non sarebbero una spontanea manifestazione di dissenso, ma il risultato di un “complotto americano” orchestrato personalmente dal presidente statunitense Donald Trump. “Riteniamo il presidente degli Stati Uniti colpevole per le vittime, i danni e le calunnie da lui rivolte alla nazione iraniana”, ha affermato Khamenei, accusando Washington di voler esercitare un “dominio militare, politico ed economico sull’Iran”. La narrazione del regime dipinge i manifestanti come “vandali” e “sabotatori”, agenti al soldo di nemici esterni come USA e Israele, negando la legittimità delle loro rivendicazioni. Questa retorica serve a giustificare una repressione che si fa sempre più feroce, con un bilancio di vittime drammaticamente alto. Lo stesso Khamenei ha ammesso per la prima volta che nelle proteste sono state uccise “migliaia di persone”, alcune in modo “disumano e brutale”, attribuendone però la responsabilità a “forze terroristiche” ispirate dall’estero.

Un Paese in subbuglio: le radici della protesta

Al di là delle accuse di ingerenza esterna, le manifestazioni affondano le loro radici in una profonda e sistemica crisi economica e sociale. L’Iran è attanagliato da un’inflazione galoppante, con prezzi dei beni essenziali come cibo e carburante fuori controllo, e una valuta, il rial, in caduta libera. Questa situazione, esacerbata dalle dure sanzioni internazionali, ha portato allo stremo la popolazione e in particolare i commercianti, come quelli del bazar di Teheran, che sono stati tra i primi a scendere in piazza. Quelle che erano iniziate come rivendicazioni economiche si sono rapidamente trasformate in una più ampia contestazione politica contro il sistema teocratico, con slogan che chiedono la fine del regime e la caduta della Guida Suprema. Le proteste si sono diffuse a macchia d’olio in tutte le 31 province del paese, mostrando un’estensione e un’intensità senza precedenti.

La macchina della repressione e la risposta internazionale

La risposta del regime è stata brutale. Forze di sicurezza come la polizia (NAJA), le milizie volontarie Basij e i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) sono state mobilitate per sedare il dissenso con ogni mezzo. Si riportano arresti di massa, processi sommari e un numero di vittime che, secondo organizzazioni per i diritti umani e media indipendenti, potrebbe essere di gran lunga superiore a quanto ammesso ufficialmente, con stime che parlano di migliaia di morti. A questa repressione fisica si affianca un sistematico oscuramento mediatico: il governo ha imposto un quasi totale blackout di Internet per impedire la circolazione di informazioni e l’organizzazione delle proteste.

La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere. Gli Stati Uniti hanno risposto duramente alle parole di Khamenei. Il Dipartimento di Stato ha avvertito Teheran che “tutte le opzioni restano sul tavolo” e di non “scherzare con Trump”, minacciando l’uso della forza in caso di attacchi a basi o interessi americani nella regione. Lo stesso presidente Trump ha invocato un cambio di leadership in Iran, affermando che “è il momento di cercare una nuova leadership per l’Iran”. Questa escalation verbale aumenta il rischio di un confronto diretto, in un Medio Oriente già profondamente instabile.

Un futuro incerto tra crisi interna e pressioni esterne

L’Iran si trova oggi a un bivio critico, stretto tra una crisi di legittimità interna e un crescente isolamento internazionale. La dura linea della repressione, incarnata dalle parole di Khamenei, sembra essere l’unica strategia che il regime ritiene possibile per la propria sopravvivenza. Tuttavia, la vastità e la determinazione delle proteste suggeriscono che il malcontento è profondo e difficilmente potrà essere sedato solo con la forza. La combinazione di una popolazione esasperata, una crisi economica devastante e la pressione di potenze esterne crea una miscela esplosiva il cui esito rimane altamente imprevedibile. Il futuro della Repubblica Islamica, nata dalla rivoluzione del 1979, appare oggi più incerto che mai.

Di atlante

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