TRIESTE – Un nuovo capitolo si aggiunge alla complessa e delicata vicenda giudiziaria sul fine vita che vede protagonisti i figli di Claudio de’ Manzano e l’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi). La Corte d’Appello di Trieste ha infatti ribaltato la sentenza di primo grado, accogliendo il ricorso dell’azienda sanitaria. Inizialmente, il Tribunale di Trieste aveva condannato l’Asugi a un risarcimento di 25mila euro, riconoscendo la violazione del diritto all’autodeterminazione del paziente. Ora, non solo i figli dovranno restituire tale somma, ma sono stati anche condannati al pagamento delle spese processuali sostenute da Asugi, per un totale che si aggira intorno ai 55mila euro.
La vicenda di Claudio de’ Manzano
La storia ha inizio nell’ottobre del 2018, quando Claudio de’ Manzano, un uomo di 84 anni, viene ricoverato all’ospedale di Cattinara a Trieste a seguito di un grave ictus. Le sue condizioni appaiono subito critiche: allettato, con severa disfagia (difficoltà a deglutire) e afasia globale (incapacità di comprendere e produrre linguaggio), veniva mantenuto in vita tramite idratazione e nutrizione artificiale fornite da un sondino naso-gastrico.
Di fronte a un quadro clinico giudicato irreversibile, la figlia, Giovanna Augusta de’ Manzano, anch’essa avvocato, ha intrapreso un percorso legale per tutelare quella che sosteneva essere la volontà del padre. Ha richiesto e ottenuto la nomina di amministratrice di sostegno (Ads) e, in tale veste, ha chiesto ai sanitari la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale. Secondo la famiglia, de’ Manzano aveva espresso in più occasioni, prima dell’ictus, la chiara volontà di non essere sottoposto a cure che avrebbe ritenuto lesive della propria dignità.
L’Azienda sanitaria, tuttavia, ha respinto la richiesta, rimettendo la decisione al Giudice Tutelare, come previsto dalla normativa sul biotestamento. A fine gennaio 2019, dopo aver ottenuto l’autorizzazione del giudice, l’uomo è stato trasferito in una casa di cura privata, la Salus, dove si è proceduto alla progressiva interruzione dei trattamenti. Claudio de’ Manzano è deceduto per arresto cardiaco nel febbraio dello stesso anno.
Dal primo grado all’Appello: le ragioni della giustizia
In primo grado, il Tribunale di Trieste aveva dato ragione ai figli, riconoscendo che l’ospedale, continuando a somministrare i trattamenti contro la volontà espressa tramite l’amministratrice di sostegno, aveva violato il diritto costituzionale all’autodeterminazione del paziente. Questa decisione si fondava sull’interpretazione della legge 219 del 2017, nota come legge sul “biotestamento”, che disciplina il consenso informato e le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT).
La Corte d’Appello, presieduta dalla giudice Marina Vitulli, ha però offerto una lettura differente. Secondo i giudici di secondo grado, le “perplessità dei sanitari devono ritenersi tutt’altro che pretestuose”. La motivazione della sentenza sottolinea come né il ricorso iniziale per la nomina dell’amministratore di sostegno, né il decreto di nomina stesso, contenessero una ricostruzione chiara e documentata dell’effettiva volontà del paziente riguardo alla sospensione delle cure. Inoltre, il decreto non faceva esplicito riferimento alla facoltà di interrompere nutrizione e idratazione, una decisione irreversibile che avrebbe condotto alla morte in pochi giorni. La Corte ha anche richiamato la giurisprudenza della Corte Costituzionale, secondo cui la nomina di un rappresentante in ambito sanitario non implica automaticamente il potere di rifiutare trattamenti salvavita.
Le reazioni e il futuro della battaglia legale
La sentenza d’appello ha suscitato reazioni immediate. L’avvocata della famiglia, Silvia Piemontesi, ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte di Cassazione. Giovanna Augusta de’ Manzano ha ribadito la sua determinazione: “La battaglia giudiziaria è motivata dalla volontà di tutelare tutte quelle persone che oggi o domani si troveranno nella condizione di sofferenza e di violazione dei diritti in cui si è trovato mio padre”. A sostenere la famiglia in questo percorso c’è anche l’Associazione Luca Coscioni, che ha espresso “forte preoccupazione” per una decisione che, a loro avviso, rischia di svuotare l’applicazione pratica della legge 219/2017, trasformandola in uno “scudo difensivo per le strutture sanitarie” anziché in una tutela per la dignità del malato.
Dall’altra parte, l’avvocato di Asugi, Giovanni Borgna, ha commentato che la Corte d’Appello ha “riequilibrato la situazione”, accertando che il comportamento dell’azienda sanitaria è stato “ineccepibile” alla luce delle circostanze.
Questa vicenda si inserisce nel più ampio e dibattuto contesto del fine vita in Italia, toccando nervi scoperti che intersecano diritto, etica medica e la sacralità della volontà individuale. Il caso de’ Manzano pone interrogativi cruciali sul peso della volontà ricostruita di un paziente non più in grado di esprimersi e sui limiti del dovere del medico, in assenza di chiare Disposizioni Anticipate di Trattamento. La parola finale spetterà ora alla Corte di Cassazione, che sarà chiamata a dirimere una questione di fondamentale importanza per i diritti civili nel nostro Paese.
