CARACAS, VENEZUELA – Una notizia attesa da oltre un anno ha finalmente portato sollievo in Italia: il cooperante veneziano Alberto Trentini, 46 anni, e l’imprenditore torinese Mario Burlò, 53 anni, sono stati liberati dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela. L’annuncio, dato all’alba italiana dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha segnato la conclusione di una lunga e complessa operazione diplomatica che ha visto coinvolti il governo italiano, i servizi di intelligence e la Santa Sede.
I due connazionali, arrestati nel novembre del 2024 senza accuse formali specifiche, si trovano ora presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas, accolti dall’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito, e sono in attesa di un volo che li riporterà a casa. “Sono in buone condizioni”, ha assicurato il ministro Tajani, definendo la loro liberazione “un segnale forte che il governo italiano apprezza molto”. Anche la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso “gioia e soddisfazione”, ringraziando le autorità di Caracas, e in particolare la presidente incaricata Delcy Rodríguez, per la “costruttiva collaborazione”.
La lunga prigionia senza accuse
La vicenda di Alberto Trentini ha tenuto l’Italia con il fiato sospeso. Originario di Venezia, con una laurea in Storia e specializzazioni in assistenza umanitaria conseguite all’estero, Trentini vanta un’esperienza decennale in contesti internazionali complessi. Si trovava in Venezuela da meno di un mese, per conto dell’ONG francese Humanity and Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità, quando è stato fermato il 15 novembre 2024 a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas verso Guasdualito per una missione umanitaria. Da quel momento, è stato trasferito alla Direzione generale del controspionaggio militare e poi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza El Rodeo I, noto per le dure condizioni detentive. Per oltre 400 giorni, nessuna accusa formale è stata mossa contro di lui.
Analoga la situazione di Mario Burlò, imprenditore torinese recatosi in Venezuela per esplorare nuove opportunità commerciali. Arrestato nello stesso periodo di Trentini, anche per lui la detenzione è avvenuta senza capi d’imputazione chiari, venendo genericamente accusato di “cospirazione e terrorismo” solo in un secondo momento. La sua prigionia ha avuto ripercussioni anche in Italia, dove era imputato in un processo per reati fiscali a Torino, al quale non ha potuto partecipare neanche in videoconferenza a causa della mancata risposta delle autorità venezuelane a una rogatoria internazionale.
Il complesso lavoro della diplomazia
La liberazione di Trentini e Burlò è il frutto di un’intensa e silenziosa attività diplomatica su più fronti. Le istituzioni italiane hanno lavorato incessantemente, mantenendo aperti canali di dialogo con un governo, quello venezuelano, con cui i rapporti sono storicamente complessi. Un ruolo cruciale è stato svolto dalla diplomazia vaticana. Figure come il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, ex nunzio apostolico a Caracas, e l’arcivescovo della capitale, Raúl Biord Castillo, hanno agito dietro le quinte per favorire una soluzione positiva.
Questa liberazione si inserisce in un contesto politico venezuelano in evoluzione e viene interpretata come un gesto di distensione da parte della nuova presidenza di Delcy Rodríguez, volto a riallacciare i rapporti con i Paesi occidentali. La scarcerazione segue quella di altri due italiani, Biagio Pilieri e Luigi Gasperin, avvenuta nei giorni precedenti, e alimenta la speranza per gli altri connazionali ancora detenuti nel Paese.
Il dramma dei prigionieri politici
Nonostante la gioia per il ritorno a casa di Trentini e Burlò, la situazione in Venezuela resta critica. Secondo la ONG Foro Penal, sono centinaia i prigionieri politici ancora rinchiusi nelle carceri del Paese. Le liberazioni avvengono con il contagocce, e le famiglie dei detenuti continuano a tenere veglie di preghiera fuori dalle strutture penitenziarie, chiedendo la liberazione di tutti (“que sean todos“) e denunciando la “tortura psicologica” dovuta alla mancanza di informazioni.
Il caso di questi due italiani ha riacceso i riflettori su quella che viene definita la “diplomazia degli ostaggi”, una pratica in cui la detenzione di cittadini stranieri viene usata come leva negoziale nelle relazioni internazionali. La conclusione positiva di questa vicenda rappresenta una vittoria per la perseveranza diplomatica, ma anche un monito sulla fragilità dei diritti umani in contesti di forte instabilità politica.
