Torino – Diciotto anni. Un tempo lungo, che non è bastato a lenire il dolore né a placare la sete di giustizia. La città di Torino si è fermata ancora una volta per ricordare una delle pagine più buie della sua storia industriale: la strage della ThyssenKrupp. La notte del 6 dicembre 2007, un incendio divampato nello stabilimento di Corso Regina Margherita strappò alla vita sette operai: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Questa mattina, al Cimitero Monumentale, la commemorazione ufficiale è stata un pugno nello stomaco, un misto di lacrime, musica struggente e parole dure come pietre, che testimoniano come quella ferita sia ancora profondamente aperta nel tessuto della città e, soprattutto, nell’animo dei familiari.
Una cerimonia tra dolore privato e battaglia civile
Il silenzio del camposanto è stato rotto dalle note inusuali di una versione latinoamericana di ‘Last Christmas’. Una scelta voluta da Laura Rodinò, sorella di Rosario, per ricordare la passione del fratello per quella musica. “So che è un po’ strano sentirla qui, ma quest’anno mi sono sentita di farlo”, ha detto, quasi a scusarsi, prima di dare voce a un sentimento che accomuna tutte le famiglie delle vittime. “Rabbia e dolore in diciotto anni non sono passati, anzi sono aumentati. Basta guardarci in faccia per capirlo”. Le sue parole, pronunciate con fermezza davanti al memoriale, hanno colpito al cuore i presenti, tra cui i parenti delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, uniti in un tragico destino comune.
La rabbia di Laura Rodinò si è scagliata contro un sistema giudiziario che, nonostante le sentenze di condanna, non ha soddisfatto la richiesta di giustizia delle famiglie. “Gli assassini sono fuori dalla galera”, ha ripetuto con forza, aggiungendo parole cariche di una sofferenza che non trova pace: “Neanche al peggior nemico augureresti un dolore e una morte così, purtroppo agli assassini sì”. Una denuncia potente che evidenzia la percezione di un’impunità che aggrava il lutto.
L’iter giudiziario: condanne definitive ma una giustizia percepita a metà
Il processo per la strage della ThyssenKrupp è stato un lungo e complesso percorso giudiziario. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne per sei dirigenti della multinazionale per omicidio colposo plurimo, incendio colposo e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. L’ex amministratore delegato, Harald Espenhahn, è stato condannato a 9 anni e 8 mesi, mentre le altre pene variavano dai 6 anni e 3 mesi ai 7 anni e 6 mesi. Tuttavia, l’amarezza dei familiari nasce dal fatto che i dirigenti tedeschi, grazie alle leggi sull’estradizione in Germania, non hanno scontato la pena in Italia, alimentando la sensazione di una giustizia incompiuta.
La vicenda processuale ha rappresentato uno spartiacque nella giurisprudenza italiana in materia di sicurezza sul lavoro, con la Procura di Torino, guidata all’epoca da Raffaele Guariniello, che svolse le indagini in tempi record. Inizialmente, la Corte d’Assise di Torino nel 2011 aveva condannato l’amministratore delegato per omicidio volontario con dolo eventuale, una sentenza storica poi modificata in appello in omicidio colposo con colpa cosciente.
Le istituzioni: “Torino non dimentica, trasformare la memoria in azione”
Alla cerimonia erano presenti le massime cariche cittadine e regionali. Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha ribadito con forza: “Torino non dimentica, non può, non vuole e non deve farlo”. Ha definito i sette operai “l’Italia migliore”, uomini “stroncati dall’incuria e dalla non capacità di cogliere l’essenza stessa del nostro essere su questa terra, ossia che la vita viene prima di qualunque altra cosa, prima del profitto, della performance, dei risultati”. Il primo cittadino ha poi lanciato un appello a “trasformare la memoria in azione”, un impegno collettivo che deve coinvolgere istituzioni, datori di lavoro e organi di giustizia.
Per il secondo anno consecutivo, ha partecipato alla commemorazione anche la procuratrice generale di Piemonte e Valle d’Aosta, Lucia Musti, che con grande onestà intellettuale ha ammesso: “Non c’è una pena commisurata al vostro dolore, al danno perpetuo che portate”. La procuratrice ha lanciato un monito severo contro la “logica spietata del guadagno”, sottolineando che, sebbene le regole esistano, “manca una prevenzione a tappeto” e serve un’ “etica del lavoro” da parte di tutti i datori di lavoro. Ha inoltre ricordato il triste primato del Piemonte per numero di morti sul lavoro, un dato che rende ancora più urgente un cambio di passo.
La richiesta di una Procura Nazionale del Lavoro
La ricorrenza è stata anche l’occasione per rilanciare una proposta concreta. Il presidente nazionale dell’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro (Anmil), Antonio Di Bella, ha rinnovato la richiesta di istituire una Procura nazionale del lavoro. Un organo specializzato che possa garantire uniformità ed efficacia nelle indagini sulle morti bianche, affinché il sacrificio dei sette operai della Thyssen e di tutte le vittime del lavoro non sia vano e si traduca in un “concreto cambio di passo ancora oggi disatteso”.
Diciotto anni dopo, il fumo di quella notte non si è ancora diradato. Resta il dolore incancellabile dei familiari, la memoria di sette vite spezzate e una domanda che continua a risuonare, forte e chiara, tra le lapidi del Monumentale: si poteva evitare? Una domanda che è anche un monito per il presente e per il futuro, perché la sicurezza sul lavoro non sia più considerata un costo, ma il più fondamentale dei diritti.
