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Il processo riaperto dopo 49 anni
Nel palazzo di giustizia di Alessandria si è aperto oggi il processo che vede imputati tre ex brigatisti rossi per lo scontro a fuoco avvenuto alla Cascina Spiotta il 5 giugno 1975. A distanza di 49 anni da quel tragico evento, la Corte di Assise dovrà fare luce sulla morte del carabiniere Giovanni D’Alfonso, un caso rimasto a lungo irrisolto e avvolto nel mistero.
Gli imputati: Curcio, Moretti e Azzolini
A rispondere, a vario titolo, della morte del carabiniere sono stati chiamati due capi storici dell’organizzazione Brigate Rosse, Renato Curcio, 84 anni, e Mario Moretti, 79 anni, e il militante Lauro Azzolini, 79 anni. Nessuno dei tre imputati era presente in aula all’apertura del processo. La loro assenza non diminuisce, tuttavia, la portata storica e simbolica di questo procedimento giudiziario.
La tenacia del figlio della vittima
Tra i presenti in aula figurava Bruno D’Alfonso, figlio di Giovanni, che con tenacia e determinazione ha portato alla riapertura del caso. Nel dicembre del 2021, Bruno D’Alfonso presentò un esposto corredato dal libro “L’invisibile”, scritto dai giornalisti Simona Folegnani e Bernardo Lupacchini, che ricostruisce la vicenda e fornisce nuovi elementi di indagine. La sua perseveranza ha permesso di riaprire ferite mai rimarginate e di cercare giustizia per la morte del padre.
Il contesto storico: gli anni di piombo
Lo scontro a fuoco alla Cascina Spiotta si inserisce nel contesto degli anni di piombo, un periodo buio della storia italiana caratterizzato da violenza politica e terrorismo. Le Brigate Rosse, organizzazione armata di estrema sinistra, furono protagoniste di numerosi attentati e azioni violente che destabilizzarono il paese. Il processo di Alessandria rappresenta un tentativo di fare i conti con quel passato e di rendere giustizia alle vittime del terrorismo.
Cascina Spiotta: il covo delle BR
La Cascina Spiotta, situata in provincia di Alessandria, era un luogo strategico per le Brigate Rosse. Fungeva da rifugio sicuro e base operativa per le loro attività clandestine. Fu proprio durante un’operazione delle forze dell’ordine volta a smantellare il covo che si verificò lo scontro a fuoco in cui perse la vita il carabiniere Giovanni D’Alfonso. La cascina divenne, suo malgrado, un simbolo della lotta armata e della violenza politica che insanguinò l’Italia.
Un processo necessario per la memoria
La riapertura del caso Cascina Spiotta e il processo ai tre ex brigatisti rappresentano un atto di giustizia dovuto alle vittime del terrorismo e un’occasione per riflettere su un periodo cruciale della storia italiana. Al di là delle responsabilità individuali, è fondamentale che la verità venga accertata e che la memoria di Giovanni D’Alfonso e di tutte le vittime del terrorismo sia onorata.