Una maxi frode fiscale nel cuore del Piemonte zootecnico, con ramificazioni in tutta Italia. È quanto emerge dalla complessa indagine, denominata “Golden Beef”, condotta dai militari della Tenenza della Guardia di Finanza di Fossano e coordinata dalla Procura della Repubblica di Cuneo. L’operazione ha permesso di portare alla luce un sofisticato meccanismo di “frode carosello” sull’IVA nel commercio di bovini, con un giro di fatture per operazioni inesistenti superiore ai 20 milioni di euro e un’evasione di imposte stimata in oltre 6 milioni di euro.

Al centro delle indagini, che coprono un arco temporale che va dal 2018 al 2024, vi è un’organizzazione che avrebbe utilizzato un complesso agricolo nel comune di Centallo, in provincia di Cuneo, come base logistica per le sue attività illecite. Complessivamente, sono undici le persone segnalate all’autorità giudiziaria, tra le quali figurerebbero anche alcuni appartenenti a una storica e nota famiglia piemontese attiva da generazioni nell’allevamento e nel commercio di bestiame.

Il Meccanismo della “Missing Trader Fraud”

Il sistema fraudolento ricostruito dalle Fiamme Gialle è quello della cosiddetta “Missing Trader Fraud” o “frode carosello”, un meccanismo particolarmente insidioso che sfrutta le normative IVA relative agli scambi intracomunitari. Ecco come funzionava nel dettaglio:

  1. Acquisto intracomunitario: L’organizzazione acquistava ingenti partite di bovini vivi, in particolare di razze pregiate come Limousine, Blonde d’Aquitaine e Charolaise, da operatori commerciali situati in Francia e Spagna. Queste operazioni, avvenendo tra soggetti passivi IVA di diversi stati membri dell’Unione Europea, sono soggette a un regime di non imponibilità dell’imposta.
  2. L’interposizione delle “cartiere”: Una volta introdotti in Italia, gli animali non venivano venduti direttamente ai clienti finali. Il loro passaggio veniva fittiziamente intermediato da società “cartiere”, ovvero entità giuridiche esistenti solo sulla carta, prive di una reale struttura operativa e create al solo scopo di interporsi nella catena commerciale.
  3. La vendita con IVA (non versata): Queste società fittizie, o “missing trader”, emettevano regolari fatture di vendita ai clienti finali italiani (principalmente altri allevamenti e macelli), applicando l’IVA come previsto dalla legge. Il punto cruciale della frode risiede nel fatto che l’imposta, pur essendo addebitata in fattura, non veniva mai versata all’Erario. Le società “cartiere”, infatti, erano destinate a sparire nel nulla dopo un breve periodo di attività, rendendo impossibile per lo Stato recuperare il debito IVA.
  4. La vendita sottocosto e il doppio vantaggio illecito: Il mancato versamento dell’IVA consentiva all’organizzazione di rivendere i bovini sul mercato nazionale a un prezzo sensibilmente inferiore a quello di mercato, a volte addirittura inferiore al costo di acquisto iniziale. Questo generava un duplice vantaggio illecito per i clienti finali: da un lato, l’acquisto di bestiame a prezzi stracciati, alterando la leale concorrenza; dall’altro, la possibilità di detrarsi l’IVA pagata su quelle fatture, maturando così indebiti crediti d’imposta nei confronti dello Stato.

Le Indagini e le Misure Cautelari

L’inchiesta della Procura di Cuneo e dei finanzieri di Fossano è stata meticolosa e si è avvalsa non solo dell’analisi documentale, ma anche di strumenti informatici avanzati. Gli investigatori hanno incrociato i dati contabili con le informazioni presenti nella Banca Dati Nazionale dell’Anagrafe Zootecnica (BDN) e nei sistemi veterinari europei, riuscendo a tracciare nel dettaglio i movimenti reali degli animali e a far emergere le incongruenze con le operazioni commerciali fittizie.

Sulla base degli elementi raccolti, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Cuneo ha emesso un’ordinanza di sequestro preventivo finalizzato alla confisca. Le Fiamme Gialle hanno quindi eseguito numerose perquisizioni che non si sono limitate al Piemonte, ma hanno interessato diverse regioni: Lazio, Calabria, Toscana, Lombardia e Sicilia, a testimonianza della vasta portata geografica della frode. Durante le operazioni sono stati sequestrati beni mobili e immobili, materiale informatico e un’ingente mole di documentazione contabile ed extracontabile riconducibile a quattro diverse società coinvolte.

Le ipotesi di reato contestate a vario titolo agli undici indagati sono gravi e vanno dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti all’omessa dichiarazione e all’omesso versamento delle imposte, fino a reati più complessi come il riciclaggio, l’autoriciclaggio e reati fallimentari. È importante sottolineare, come prassi, che la responsabilità degli indagati sarà accertata in via definitiva solo con una sentenza di condanna irrevocabile, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

Di veritas

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