L’Italia si avvicina alle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia, previsto per il 22 e 23 marzo, al termine di una campagna elettorale infuocata che ha visto i fronti del “Sì” e del “No” scontrarsi duramente sul merito di una riforma destinata a modificare in profondità l’assetto della magistratura. Le ultime ore di dibattito sono state monopolizzate non tanto dai dettagli tecnici della legge, quanto da vicende di cronaca che hanno coinvolto esponenti di primo piano del governo, diventando armi potenti nelle mani delle opposizioni.

Il ruolo della cronaca nella campagna del “No”

Il fronte del “No”, composto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ha martellato fino all’ultimo su due casi specifici, brandendoli come prova delle reali intenzioni del governo: un presunto attacco all’autonomia e indipendenza dei magistrati. Al centro del mirino sono finiti il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi.

Il “caso Delmastro” riguarda i sospetti, ora all’attenzione della commissione antimafia, su una sua partecipazione in una società di ristorazione insieme alla figlia di un individuo condannato per reati legati alla criminalità organizzata. Nonostante la premier Giorgia Meloni abbia definito il comportamento del sottosegretario una “leggerezza”, minimizzando la questione e alludendo a una “manina” che avrebbe fatto emergere la notizia a ridosso del voto, le opposizioni hanno cavalcato l’onda. “Meloni ha detto che forse Delmastro non è stato molto attento”, ha tuonato Giuseppe Conte, leader del M5S, durante il comizio di chiusura a Roma, “noi rispondiamo che non c’è spazio per i forse. Dobbiamo reagire a questo degrado senza forse, ma con un No al referendum. Un No forte, secco, sonoro”. A questo si aggiunge una precedente condanna in primo grado per Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso dell’anarchico Alfredo Cospito.

Altrettanto dirompenti sono state le parole di Giusi Bartolozzi, che in una trasmissione televisiva ha definito la magistratura un “plotone di esecuzione”, aggiungendo: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Una frase che, nonostante i successivi tentativi di chiarimento, è stata interpretata dalle opposizioni come la confessione esplicita di un disegno volto a sottomettere i giudici al potere politico. Giuseppe Conte ha riassunto così il sentimento del suo schieramento: “Siamo passati dai padri costituenti, da Calamandrei, a Delmastro, Bartolozzi, a questi esponenti del ministro della Giustizia”.

Le ragioni dei leader dell’opposizione

I leader del “campo largo” hanno chiuso la campagna elettorale sparsi per l’Italia, ma uniti nel messaggio. Da Milano, la segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato il governo di politicizzare il voto: “È stata Meloni a farlo. Il governo pensa che chi prende un voto in più non deve essere giudicato come tutti i cittadini. La giustizia non migliora mettendo i giudici sotto il controllo del governo”. Per Schlein, una vittoria del “No” rappresenterebbe un chiaro avvertimento all’esecutivo in vista delle elezioni politiche del 2027.

Giuseppe Conte, dal Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma, ha parlato di un “progetto anticipato da anni” per aggredire la Costituzione e realizzare un disegno di primato della politica sulla magistratura. “All’inizio dell’anno”, ha ricordato Conte, “Meloni ha detto che la magistratura deve assecondare l’indirizzo politico del governo. Io avevo studiato che la magistratura tutela i diritti di tutti i cittadini”.

Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra ha parafrasato Matteo Salvini per mettere in guardia contro i rischi della riforma: “Questa riforma concentra troppo potere e mette a rischio gli equilibri costituzionali. Il 22 e 23 marzo è fondamentale andare a votare e votare No ai pieni poteri”. Anche il suo collega di partito, Nicola Fratoianni, ha lanciato un appello al voto da Torino, definendo la riforma “una controriforma che non affronta e non migliora i problemi della giustizia ma mina l’indipendenza della magistratura italiana”.

Cosa prevede la riforma e le posizioni in campo

Al di là delle polemiche, il referendum chiede ai cittadini di confermare o respingere una legge costituzionale che modifica sette articoli della Carta. I punti salienti della riforma, fortemente voluta dal centrodestra, includono:

  • La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
  • L’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente.
  • La creazione di un’Alta Corte con competenza disciplinare sui magistrati.

Il fronte del “Sì”, compatto, sostiene che queste modifiche garantiranno una giustizia più equa, trasparente ed efficiente, allineando l’Italia alle altre grandi democrazie occidentali e limitando lo strapotere delle correnti all’interno della magistratura. Dall’altra parte, il fronte del “No” teme un indebolimento delle garanzie costituzionali e un assoggettamento della magistratura al controllo dell’esecutivo, con gravi rischi per l’equilibrio dei poteri dello Stato.

In un clima di incertezza, senza sondaggi recenti a orientare le previsioni, l’esito del voto appare tutt’altro che scontato. Le urne si chiuderanno lunedì e solo allora si capirà se a prevalere saranno state le ragioni tecniche della riforma o l’onda emotiva sollevata dalle polemiche e dalla cronaca.

Di veritas

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