TORINO – “Se vincono i sì, non c’è qualcuno che perde: tutti i cittadini italiani hanno un vantaggio da questa riforma”. Con queste parole incisive, Igor Boni, presidente di Europa Radicale, ha chiuso la campagna elettorale per il referendum sulla giustizia a Torino, delineando una visione della consultazione che va oltre gli schieramenti politici. Un appello al voto nel merito dei quesiti, in particolare quello sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, considerato un pilastro per la realizzazione di un “giusto processo” come previsto dalla Costituzione.
Una Campagna Elettorale “Peggior” di Sempre
Nel suo intervento, Boni non ha risparmiato critiche feroci alla conduzione della campagna elettorale, definita “la peggior campagna elettorale che si sia mai vista in questo Paese”. L’accusa è quella di aver distolto l’attenzione dal cuore dei quesiti, trasformando il dibattito in uno scontro politico generalizzato. “Invece di ragionare sul merito del quesito referendario, molto semplice in realtà, si è parlato di qualsiasi cosa da una parte o dall’altra”, ha affermato Boni, lamentando la polarizzazione che ha impedito un’analisi serena e approfondita delle riforme proposte.
Il Cuore della Riforma: Separazione delle Carriere e Giudice Terzo
Il fulcro dell’argomentazione di Europa Radicale risiede nella convinzione che la separazione delle carriere sia un passo fondamentale per garantire la terzietà del giudice. “Avere un giudice terzo e le parti processuali, chi accusa e chi difende, esattamente sullo stesso piano, come già oggi la Costituzione prevede, ma nella realtà così non è, è un vantaggio per tutti i cittadini”, ha spiegato Boni. Questa storica battaglia radicale, portata avanti da oltre quarant’anni, mira a concretizzare il principio del giusto processo, dove accusa e difesa si confrontano in condizioni di parità. Secondo i sostenitori del “Sì”, l’attuale sistema, che consente il passaggio di funzioni tra magistrati requirenti e giudicanti, compromette la percezione di imparzialità del giudice.
La riforma costituzionale sottoposta a referendum, infatti, prevede l’istituzione di due percorsi professionali distinti fin dall’accesso in magistratura. Questo, secondo i promotori, rafforzerebbe il modello accusatorio del processo, introdotto nel 1989 per superare l’impostazione inquisitoria precedente.
CSM e il Sorteggio contro le “Correnti Mefitiche”
Un altro punto cruciale toccato da Boni è la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). La proposta referendaria introduce il sorteggio come metodo per selezionare i componenti dell’organo di autogoverno della magistratura. L’obiettivo, ha sottolineato il presidente di Europa Radicale, è quello di “slegare quel cordone ombelicale mefitico tra le correnti politiche partitiche che eleggono i propri rappresentanti in Csm”. Questa misura è vista come un antidoto allo scandalo delle nomine e al “malaffare venuto a galla prepotentemente con il caso Palamara”, con l’intento di ridurre l’influenza della partitocrazia sull’organo.
La riforma, se confermata, porterebbe alla creazione di due distinti Consigli Superiori, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Verrebbe inoltre istituita un’Alta Corte disciplinare autonoma.
Un Voto “nel Merito”, non contro il Governo
Boni ha tenuto a precisare che il “Sì” al referendum non deve essere interpretato come un appoggio al governo Meloni, ma come una scelta basata sul contenuto della riforma. Ha ricordato come la separazione delle carriere fosse presente anche nei programmi del Partito Democratico e dell’Ulivo, suggerendo che l’attuale opposizione al quesito da parte di alcune forze di centrosinistra sia motivata da una logica di contrapposizione politica. “Oggi quel no è un no semplicemente contro la Meloni, ma contro la Meloni c’è la scheda elettorale politica, non quella referendaria”, ha concluso.
A sostegno di questa posizione “trasversale” si è schierato anche l’attivista Marco Cappato, tra i firmatari dell’appello “Un sì al Referendum, non al governo”. Questa iniziativa raccoglie personalità che, pur non identificandosi con l’attuale maggioranza, ritengono la riforma un passo necessario per il Paese.
Come si Vota e Cosa Succede
I cittadini saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo 2026 per un referendum costituzionale confermativo. A differenza dei referendum abrogativi, questo tipo di consultazione non richiede il raggiungimento di un quorum di partecipazione per essere valido. L’esito sarà determinato dalla maggioranza dei voti espressi.
- Votando SÌ, si conferma la legge di revisione costituzionale già approvata dal Parlamento, che entrerà quindi in vigore.
- Votando NO, si respinge la riforma, mantenendo l’attuale assetto costituzionale della magistratura.
È importante ricordare che un precedente tentativo referendario sulla giustizia, nel 2022, che includeva quesiti simili, fallì a causa del mancato raggiungimento del quorum, con un’affluenza ferma a poco più del 20%. Tuttavia, la natura confermativa e senza quorum di questa consultazione rende ogni voto decisivo per il futuro della giustizia in Italia.
