CATANIA – Un’indagine lampo, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania in sinergia con la Procura della Repubblica di Siracusa, ha portato all’arresto di due persone ritenute responsabili di un brutale omicidio avvenuto lo scorso gennaio. La vittima, il 35enne Salvatore Privitera, sarebbe stata uccisa per contrasti legati al mondo dello spaccio di droga e del gioco d’azzardo. Tra gli arrestati figura Pietro Catanzaro, 36 anni, figlio di Giovanni, noto esponente del clan mafioso Cappello-Bonaccorsi, e Danilo Sortino, 23 anni, con precedenti per reati contro il patrimonio e spaccio. A entrambi viene contestata la pesante aggravante del metodo mafioso.

Una spietata esecuzione

Secondo la meticolosa ricostruzione degli inquirenti, i fatti risalgono al 5 gennaio 2026. Salvatore Privitera sarebbe stato prima brutalmente pestato e poi freddato con un colpo di pistola alla nuca. Il procuratore di Catania, Francesco Curcio, ha definito il delitto “efferato”, sottolineando come l’operazione rappresenti “una risposta immediata dello Stato”. Gli investigatori ritengono che, oltre ai due arrestati, possano esserci altri complici e le indagini proseguono per assicurarli alla giustizia.

Il delitto si sarebbe consumato in una frazione balneare di Catania, a Ippocampo di Mare. Successivamente, nel tentativo di cancellare ogni traccia, gli assassini avrebbero prima tentato di appiccare un rogo sul luogo del delitto per poi trasportare il corpo della vittima all’interno di un’auto, una T-Roc presa a noleggio dallo stesso Privitera. Il veicolo è stato poi condotto nelle campagne di Carlentini, in provincia di Siracusa, precisamente in contrada San Demetrio, e dato alle fiamme. Il corpo carbonizzato di Privitera è stato ritrovato il giorno seguente, il 6 gennaio, dai suoi stessi genitori.

Le indagini e la svolta

La svolta nelle indagini è arrivata grazie al lavoro minuzioso e specialistico del Reparto Investigazioni Scientifiche (R.I.S.) dei Carabinieri di Messina. Nonostante il tentativo di distruggere ogni prova con il fuoco, gli specialisti sono riusciti a isolare tracce decisive sulla scena del crimine. L’analisi dei tabulati telefonici e la ricostruzione dei movimenti dei sospettati tra le province di Catania, Siracusa e Vibo Valentia, dove uno dei presunti killer è stato localizzato, hanno permesso di chiudere il cerchio attorno ai due indagati.

L’operazione che ha portato agli arresti ha visto un imponente dispiegamento di forze. Oltre ai Carabinieri dei Comandi Provinciali di Catania e Siracusa, hanno partecipato i militari di Vibo Valentia, lo Squadrone Eliportato “Cacciatori Sicilia”, il 12° Nucleo Elicotteri e le unità cinofile di Nicolosi. Un’azione corale che testimonia la complessità del contesto criminale in cui è maturato il delitto.

L’ombra del clan Cappello-Bonaccorsi

Il coinvolgimento di Pietro Catanzaro, figlio di Giovanni Catanzaro detto “u milanisi”, esponente di spicco del clan Cappello-Bonaccorsi, getta un’ombra inquietante sulla vicenda. Giovanni Catanzaro è attualmente detenuto, condannato per associazione mafiosa nell’ambito del processo “Penelope”. Questo legame familiare rafforza l’ipotesi degli inquirenti che l’omicidio non sia un semplice regolamento di conti, ma un’azione dimostrativa eseguita con le modalità tipiche delle organizzazioni mafiose. L’aggravante del metodo mafioso contestata a entrambi gli indagati sottolinea la volontà di affermare il controllo sul territorio e di lanciare un messaggio intimidatorio.

I reati ipotizzati dalla Procura di Catania sono di estrema gravità:

  • Omicidio
  • Soppressione di cadavere
  • Porto abusivo di armi
  • Danneggiamento seguito da incendio

Tutti aggravati, come detto, dal metodo mafioso. L’inchiesta prosegue per fare piena luce su tutti gli aspetti di questa tragica vicenda e per individuare eventuali altri responsabili.

Di veritas

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