Alla vigilia di un Consiglio Europeo cruciale, convocato per discutere delle crescenti tensioni in Medio Oriente e delle loro inevitabili ripercussioni sui costi e gli approvvigionamenti energetici, un fronte compatto di organizzazioni ambientaliste italiane ha lanciato un forte e chiaro messaggio ai Capi di Stato e di Governo riuniti a Bruxelles. L’appello, sottoscritto da nomi di primo piano come Forum Diseguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia, è un’esortazione a non cedere alla tentazione di indebolire gli strumenti climatici dell’Unione di fronte alla crisi, ma, al contrario, a rafforzarli per garantire un futuro energetico sicuro e sostenibile.
Il cuore della questione ruota attorno all’Emission Trading Scheme (ETS), il sistema europeo di scambio di quote di emissione che rappresenta il principale strumento dell’UE per la riduzione dei gas serra nei settori ad alta intensità energetica. Di fronte alle pressioni per un suo allentamento o addirittura una sospensione, avanzate in particolare dal governo italiano, le ONG rispondono con fermezza: colpire l’ETS sarebbe un errore strategico che minerebbe la risposta europea alla crisi energetica, favorendo unicamente gli interessi legati ai combustibili fossili.
L’ETS: Strumento Chiave per la Decarbonizzazione, non Capro Espiatorio
L’EU ETS, introdotto nel 2005, si basa su un principio tanto semplice quanto efficace: “chi inquina paga”. Viene fissato un tetto massimo (cap) alle emissioni totali consentite per oltre 11.000 impianti industriali e circa 600 operatori aerei in Europa. Questo tetto diminuisce progressivamente nel tempo, spingendo le aziende a ridurre le proprie emissioni. Le aziende ricevono o acquistano all’asta delle quote di emissione (una quota equivale a una tonnellata di CO2) e, a fine anno, devono restituirne un numero pari alle loro emissioni effettive. Chi emette meno del consentito può vendere le quote in eccesso, mentre chi sfora deve acquistarle sul mercato. Questo meccanismo, oltre a incentivare la riduzione delle emissioni, genera ingenti proventi che, secondo le organizzazioni ambientaliste, dovrebbero essere reinvestiti in modo mirato.
Le associazioni sottolineano come i fondi derivanti dall’ETS rappresentino una risorsa preziosa da utilizzare per “accelerare la transizione energetica, porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, mantenere la rotta del Green Deal europeo e contrastare strutturalmente la povertà energetica”. Tuttavia, un recente rapporto del think tank ECCO ha evidenziato come, dei 18 miliardi di euro generati dal meccanismo, solo una frazione minima (il 9%, pari a 1,6 miliardi) sia stata effettivamente destinata a sostenere politiche climatiche.
La Posizione Critica del Governo Italiano e il Fronte Europeo
L’appello delle ONG si scontra con la posizione del governo italiano, che da tempo chiede una revisione del sistema ETS, se non una sua sospensione, ritenendolo responsabile di un eccessivo impatto sui prezzi dell’energia e sulla competitività delle imprese. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha definito l’ETS assimilabile a una “tassa” e ha chiesto misure per ridurne la volatilità e limitare i fenomeni speculativi. L’Italia, sostenuta da un gruppo di altri nove Paesi tra cui Austria, Polonia e Ungheria, ha formalmente richiesto una “revisione approfondita” del sistema, proponendo un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034.
Questa linea, però, trova l’opposizione di un altro schieramento di Paesi, tra cui Francia, Spagna e le nazioni nordiche, che considerano l’ETS uno strumento indispensabile per guidare gli investimenti verso tecnologie a basse emissioni di carbonio e per mantenere la stabilità del quadro regolatorio. Anche la Commissione Europea, per bocca della presidente Ursula von der Leyen, pur aprendo a possibili “aggiustamenti lievi” e a una revisione per rendere la traiettoria di decarbonizzazione più “realistica”, ha escluso uno smantellamento del sistema, definendolo “collaudato” e fondamentale per ridurre la dipendenza dal gas.
La Dipendenza Fossile: Vera Causa della Crisi
Le organizzazioni ambientaliste ribadiscono con forza un concetto fondamentale: i veri responsabili della crisi energetica, della volatilità dei prezzi e delle tensioni geopolitiche non sono le politiche climatiche, ma la cronica dipendenza europea dai combustibili fossili importati. L’Europa, infatti, importa ancora una quota altissima del proprio fabbisogno energetico, con una dipendenza che sfiora il 90% per il gas e il 95% per il petrolio. La crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha solo messo a nudo questa vulnerabilità, e il successivo ricorso massiccio al Gas Naturale Liquefatto (GNL) ha semplicemente “sostituito una dipendenza con un’altra”, come sottolineano le ONG.
Secondo le associazioni, la via d’uscita non è fare marcia indietro sul Green Deal, ma accelerarne l’attuazione. La soluzione strutturale risiede in “ingenti investimenti nel risparmio energetico, nelle energie rinnovabili, nelle reti, nello stoccaggio e nell’elettrificazione per proteggere le famiglie e le imprese da ulteriori shock dei prezzi dell’energia”. Le energie pulite, come l’eolico e il solare, che nel 2025 hanno superato per la prima volta le fossili nella produzione di elettricità in UE, sono l’unica via credibile per garantire sicurezza energetica, stabilità dei prezzi e sovranità.
Un Bivio per l’Europa: Competitività o Inerzia?
Il dibattito che si consumerà a Bruxelles va oltre la mera gestione dell’emergenza. È una scelta di campo sul futuro modello di sviluppo europeo. Indebolire le ambizioni climatiche, avvertono le ONG, non renderà l’Europa più competitiva, ma la farà “perdere tempo e terreno rispetto alle economie che stanno già costruendo il futuro puntando sulle tecnologie pulite”. La richiesta è chiara: il governo italiano e i leader europei devono “difendere davvero l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini”, rafforzando politiche climatiche ambiziose invece di “fare favori ai combustibili fossili”.
La sfida è trasformare gli obiettivi del Green Deal, che punta alla neutralità climatica entro il 2050, in una realtà tangibile, superando l’inerzia politica e utilizzando ogni strumento disponibile, a partire dai proventi dell’ETS, per finanziare una transizione che non sia solo ecologica, ma anche socialmente equa.
