Con una mossa che segna un’ulteriore, decisa sterzata nella politica di sicurezza nazionale, l’Assemblea legislativa di El Salvador ha dato il via libera a una riforma costituzionale che introduce la pena dell’ergastolo. La modifica, approvata martedì con una schiacciante maggioranza governativa di 59 voti su 60, è stata proposta direttamente dal presidente Nayib Bukele e si inserisce nella sua dura campagna contro la criminalità, in particolare contro le violente bande criminali note come maras.
La Modifica all’Articolo 27 della Costituzione
Il cuore della riforma risiede nella modifica dell’articolo 27 della Costituzione salvadoregna. In precedenza, questo articolo vietava esplicitamente le condanne a vita, ponendo l’accento sulla rieducazione e la riabilitazione del condannato come obiettivi primari del sistema penitenziario. La nuova formulazione, invece, stabilisce che “la pena perpetua potrà essere imposta solo a omicidi, stupratori e terroristi”. Questo cambiamento radicale è stato approvato in aula senza un preventivo studio o dibattito parlamentare, una procedura “espressa” che ha sollevato forti critiche da parte delle opposizioni e degli osservatori internazionali.
La decisione giunge in un momento di alta tensione, a pochi giorni dalla pubblicazione di un rapporto di un gruppo di esperti legali internazionali che accusa l’esecutivo di Bukele di aver commesso crimini contro l’umanità. Tali accuse sono legate alla gestione dello stato di eccezione, in vigore da quasi quattro anni, che ha portato all’arresto di oltre 91.000 persone, circa l’1% della popolazione totale del paese.
La “Guerra alle Gangs” e lo Stato di Eccezione
Per comprendere appieno la portata di questa riforma, è necessario contestualizzarla all’interno della più ampia strategia di sicurezza implementata da Bukele. Dal marzo 2022, El Salvador vive in uno stato di emergenza, una misura che doveva essere temporanea ma che è stata prorogata ininterrottamente. Questo regime speciale sospende diverse garanzie costituzionali, come il diritto a un giusto processo e la presunzione di innocenza, consentendo arresti di massa e detenzioni prolungate.
La politica della “mano dura” ha portato a un drastico calo del tasso di omicidi e ha fatto guadagnare a Bukele un’enorme popolarità interna. Tuttavia, numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno denunciato sistematiche violazioni, tra cui arresti arbitrari, torture, maltrattamenti e centinaia di morti in custodia dello Stato. Il governo, da parte sua, rivendica i risultati ottenuti nella lotta alla criminalità e respinge le critiche come ingerenze esterne.
Le Reazioni del Governo e le Accuse agli Organismi Internazionali
La reazione del governo salvadoregno alle critiche è stata tutt’altro che conciliante. Il presidente Bukele ha sfidato apertamente i suoi detrattori sui social media, scrivendo: “Vedremo chi oserà difendere il fatto che la Costituzione continui a vietare che assassini e stupratori restino in prigione”. Questa retorica è stata amplificata dal Ministro della Sicurezza, Gustavo Villatoro, che in un duro discorso in parlamento ha attaccato frontalmente le organizzazioni per i diritti umani.
“Ora vedremo queste organizzazioni difendere, come sempre, criminali violenti. Non avete alcuna legittimità sovrana su questo Paese. Andate al diavolo”, ha dichiarato Villatoro. Il governo ha inoltre lanciato una campagna mediatica contro la stampa internazionale, accusandola di voler la liberazione di tutti i criminali arrestati.
Un Contesto di Riforme Costituzionali Controverse
L’introduzione dell’ergastolo non è un caso isolato, ma si inserisce in una serie di riforme costituzionali che, secondo i critici, stanno erodendo le fondamenta della democrazia salvadoregna. Recentemente, è stata approvata una modifica che elimina il limite ai mandati presidenziali, spianando la strada a una possibile presidenza a tempo indeterminato per Bukele, già rieletto nel 2024 nonostante la Costituzione proibisse la rielezione consecutiva. Inoltre, è stata semplificata la procedura per emendare la Costituzione stessa, riducendo gli spazi per il dibattito pubblico e il controllo democratico.
Queste mosse hanno consolidato il potere nelle mani dell’esecutivo, sollevando preoccupazioni sulla separazione dei poteri e sullo stato di diritto nel paese centroamericano. La comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti civili guardano con crescente allarme a quella che definiscono una deriva autoritaria, temendo che la lotta alla criminalità venga usata come pretesto per sopprimere il dissenso e perpetuare il potere.
