La mobilità nel cuore della Capitale è diventata un terreno di scontro legale e politico. Con una mossa che alza il livello della contesa, l’associazione “Le Partite Iva”, guidata da Angelo Distefano, e il comitato “Tutela Parcheggi e Mobilità nel Lazio”, presieduto da Alessandra Casino, hanno depositato un ricorso straordinario al Consiglio di Stato. L’obiettivo è l’annullamento del provvedimento della giunta Gualtieri che, a partire dal 15 gennaio 2026, ha esteso il limite di velocità a 30 chilometri orari a tutta l’area della Zona a Traffico Limitato (ZTL) del centro storico.

All’iniziativa si sono uniti anche un nutrito gruppo di tassisti e cittadini attivi, che vedono nella misura una pesante penalizzazione per chi vive e lavora nella città eterna. Secondo i promotori del ricorso, il provvedimento non sarebbe una semplice regolamentazione del traffico, ma una “grave violazione di legge” che comprometterebbe diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.

Le ragioni della protesta: “Ambientalismo punitivo” e diritti violati

Al centro della contestazione vi sono le pesanti ricadute che la “Zona 30” avrebbe sul tessuto economico e sociale del centro storico. I ricorrenti sostengono che la misura limiti drasticamente diversi diritti chiave:

  • Libertà di circolazione: Il provvedimento, secondo i firmatari, renderebbe il cuore della città “inaccessibile e congestionato”, trasformando la mobilità in un percorso a ostacoli.
  • Diritto al lavoro: Le categorie più colpite sarebbero quelle che sulla velocità e l’efficienza degli spostamenti basano la propria attività quotidiana. Tassisti, autotrasportatori e piccole imprese vedrebbero aumentare i tempi di percorrenza e, di conseguenza, i costi operativi, con un impatto negativo sui guadagni.
  • Vivibilità urbana: Lungi dal migliorare la qualità della vita, l’estensione del limite a 30 km/h rischierebbe, secondo i comitati, di generare un effetto paradosso, aumentando ingorghi e rallentamenti, specialmente su assi viari di grande scorrimento.

La critica mossa alla giunta Gualtieri è netta: quella che viene presentata come un’azione ecologica sarebbe in realtà una forma di “ambientalismo punitivo”. Un’impostazione ideologica che, a detta dei ricorrenti, non tiene conto delle reali esigenze di chi popola e anima il centro di Roma ogni giorno.

Il precedente di Bologna: un modello da replicare

La strategia legale dei ricorrenti si fonda su un precedente giuridico ben preciso: quanto accaduto a Bologna. Nel capoluogo emiliano, un provvedimento analogo di “Città 30” è stato annullato in primo grado dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) nel gennaio 2026, che ha accolto il ricorso presentato da alcuni tassisti.

La sentenza del TAR dell’Emilia-Romagna ha stabilito un principio fondamentale: il limite di velocità non può essere generalizzato a un’intera, vasta area urbana in modo indiscriminato. Secondo i giudici, l’abbassamento del limite a 30 km/h deve essere motivato puntualmente, strada per strada, in base a specifiche e comprovate esigenze di sicurezza, come la vicinanza a scuole, ospedali o aree ad alta incidentalità. L’estensione generalizzata, come quella attuata a Bologna e ora a Roma, è stata ritenuta illegittima perché carente di una motivazione specifica per ogni tratto di strada interessato.

I legali che assistono le associazioni romane, tra cui figurano il costituzionalista Augusto Sinagra e l’avvocato Angelo Di Lorenzo, puntano a replicare questo successo, sostenendo che anche il provvedimento del Campidoglio manchi di quella proporzionalità e di quelle valutazioni tecniche necessarie a giustificare una restrizione così ampia.

La posizione del Campidoglio e il dibattito sulla sicurezza

Dall’altra parte della barricata, l’amministrazione capitolina difende la misura come un passo cruciale per la sicurezza stradale e la riqualificazione urbana. L’assessorato alla Mobilità ha più volte spiegato che l’obiettivo primario è la drastica riduzione del numero di incidenti e di vittime, in particolare tra gli utenti deboli della strada come pedoni e ciclisti. I dati scientifici, del resto, sono chiari: l’impatto di un veicolo a 30 km/h ha conseguenze notevolmente meno gravi rispetto a uno a 50 km/h.

Il Comune sottolinea inoltre che la “Zona 30” si inserisce in una visione più ampia di città, che mira a restituire il centro storico ai cittadini, a incentivare la mobilità dolce e a migliorare la qualità dell’aria e ridurre l’inquinamento acustico. Già prima dell’entrata in vigore del provvedimento, quasi la metà delle strade all’interno della ZTL aveva già un limite di 30 km/h. La delibera, quindi, non farebbe altro che uniformare e rendere coerente una politica già in atto.

La partita si gioca ora nelle aule del Consiglio di Stato. La decisione dei giudici amministrativi non solo determinerà il futuro della mobilità nel cuore di Roma, ma potrebbe anche costituire un precedente fondamentale per tutte le altre città italiane che stanno valutando l’introduzione di misure simili. La questione è complessa e tocca un nervo scoperto del vivere urbano: come bilanciare il diritto alla mobilità e al lavoro con le imprescindibili esigenze di sicurezza e sostenibilità ambientale.

Di davinci

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