“Basta sfruttamento, vogliamo dignità e un contratto vero”. È questo il grido che si è levato compatto da oltre 30 piazze italiane, da Nord a Sud, dove i rider delle principali piattaforme di food delivery, come Glovo e Deliveroo, hanno incrociato le braccia per una giornata di mobilitazione nazionale. L’iniziativa, promossa dalla Cgil insieme alle sue categorie Nidil, Filcams e Filt, ha acceso i riflettori su una condizione lavorativa definita “estrema” e “sotto la soglia di dignità”, chiedendo a gran voce un cambiamento radicale: il riconoscimento dello status di lavoratore dipendente e l’applicazione del contratto collettivo nazionale del settore Merci e Logistica.

La protesta trae nuova linfa e urgenza dalla recente inchiesta della Procura di Milano, che ha scoperchiato un sistema di presunto “caporalato digitale”. I magistrati hanno messo nero su bianco ciò che i sindacati denunciano da anni: i ciclofattorini sarebbero di fatto lavoratori subordinati, costretti ad operare in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno. L’indagine ha portato al controllo giudiziario delle due multinazionali, accusate di corrispondere paghe non proporzionate alla quantità e qualità del lavoro, in palese contrasto con l’articolo 36 della Costituzione italiana.

Le ragioni della protesta: paghe da fame e diritti negati

Al centro delle rivendicazioni ci sono le condizioni economiche e normative a cui sono sottoposti decine di migliaia di lavoratori in tutta Italia. I sindacati parlano di compensi irrisori, che si aggirano tra i 2 e i 4 euro a consegna, senza alcun riconoscimento per i tempi di attesa o per le spese di manutenzione dei mezzi, che restano a carico dei rider. Testimonianze raccolte in diverse città, come Taranto, confermano la drammaticità della situazione: “Per ogni ordine pagano tre o quattro euro. In un giorno faccio anche 30 o 40 chilometri e alla fine porto a casa circa 20 euro”, racconta un lavoratore.

Queste cifre si traducono in salari mensili che, anche a fronte di turni massacranti, faticano a raggiungere una soglia di dignità. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle analisi sindacali, un rider che lavora fino a dieci ore al giorno, spesso sette giorni su sette, arriva a guadagnare circa 1.200 euro lordi al mese. Una cifra ben lontana da quella che percepirebbe con un contratto regolare.

Oltre all’aspetto economico, la protesta mira al riconoscimento di un pacchetto di diritti oggi completamente negati:

  • Ferie e permessi retribuiti
  • Indennità di malattia e infortunio
  • Tredicesima e quattordicesima mensilità
  • Trattamento di Fine Rapporto (TFR)
  • Maggiori tutele in materia di salute e sicurezza sul lavoro

“Oggi questi lavoratori non hanno diritti, non hanno ferie, non hanno permessi e sono vittime dell’intelligenza artificiale”, ha dichiarato Nicola Ricci, segretario generale della Cgil Napoli e Campania, sintetizzando il cuore del problema.

La richiesta: applicare il Contratto Nazionale Merci e Logistica

La soluzione, secondo i sindacati, è chiara e già esistente: l’applicazione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del settore Merci, Logistica e Spedizioni. Questo contratto, a differenza degli accordi “di convenienza” attualmente in uso, riconoscerebbe i rider come lavoratori subordinati, garantendo tutele e una retribuzione adeguata.

Roberta Turi, segretaria nazionale di Nidil Cgil, ha spiegato nel dettaglio i benefici di tale applicazione: “Un contratto che prevede, tra rimborsi chilometrici, notturni, lavoro domenicale e scatti di anzianità, uno stipendio superiore ai 2mila euro al mese, con tredicesima e Tfr”. Con un contratto full time, si potrebbe arrivare fino a circa 2.200 euro lordi mensili, una cifra che permetterebbe ai lavoratori di “uscire dallo sfruttamento e avere una vita dignitosa”.

L’impatto dell’algoritmo e il “feudalesimo digitale”

Un altro elemento cruciale della protesta riguarda il ruolo dell’algoritmo, il sistema di intelligenza artificiale che gestisce l’assegnazione delle consegne, i percorsi e valuta le performance dei rider. Questo strumento, secondo le denunce, opera senza trasparenza e con logiche puramente performative, penalizzando chi si ferma, chi rifiuta una consegna poco remunerativa o chi semplicemente non è disponibile 24/7. Si parla di un vero e proprio “caporalato digitale”, dove il controllo del datore di lavoro è pervasivo ma invisibile, esercitato attraverso la tecnologia. Se un lavoratore si ammala o ha un imprevisto, l’algoritmo può escluderlo dal flusso di lavoro per giorni o settimane, senza alcuna giustificazione.

L’inchiesta di Milano come punto di svolta

La mobilitazione nazionale è stata fortemente influenzata dall’inchiesta della Procura di Milano, che ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Il lavoro dei magistrati ha fornito una validazione istituzionale alle battaglie portate avanti da anni dai sindacati e dai lavoratori stessi, confermando l’esistenza di uno sfruttamento sistematico. “L’indagine della procura di Milano ha verificato le cose che noi denunciamo da anni”, ha affermato Roberta Turi. Le aziende del food delivery sono ora chiamate a rispondere non solo nelle aule di tribunale, ma anche di fronte all’opinione pubblica e alle istituzioni. La speranza, come sottolineato da Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil, è che l’intervento della magistratura spinga le piattaforme a “sedersi attorno ad un tavolo per riconoscere finalmente ai ciclofattorini il contratto nazionale e i loro diritti”.

Di atlante

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