VENEZIA – Un’altra tessera del mosaico, già complesso, della governance del Gran Teatro La Fenice cade con fragore, sollevando un polverone di polemiche che dalla laguna veneziana si estende fino a Roma. All’indomani del voto consultivo che ha confermato la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale a partire da ottobre 2026, Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo della Fondazione nominato dal Ministero della Cultura (MiC) nel 2025, ha annunciato le proprie dimissioni con un lungo e polemico post sui social media. Una decisione che scuote uno dei templi della lirica mondiale e riaccende i riflettori su un “caso” che da mesi infiamma il dibattito culturale e politico.

“Una questione meramente politica”: le ragioni dell’addio

“A questo punto è evidente che la questione si è fatta meramente politica e che, di conseguenza, non c’è alcun bisogno di avere un musicista tra i consiglieri. Quindi me ne vado”. Con queste parole, tanto nette quanto amare, Tortato ha motivato la sua scelta. Nominato in quota MiC come “figura tecnica”, un musicista appunto, ha denunciato quella che percepisce come una deriva della gestione del prestigioso teatro, dove le competenze artistiche sarebbero state sacrificate sull’altare delle logiche di potere. “Torno alle mie passioni, mai abbandonate, con il grande rimpianto di aver vissuto un’esperienza che mi aspettavo entusiasmante e che si è invece rivelata un disastro”, ha aggiunto, chiosando con un “Viva la Fenice, viva Venezia”.

Nel suo sfogo, Tortato non risparmia critiche al sovrintendente Nicola Colabianchi, pur riconoscendo la legittimità formale della nomina della Venezi. “Si può essere in disaccordo, protestare, parlare di prassi violata, ma la nomina è lecita”, ha ammesso. Tuttavia, ha contestato fermamente la comunicazione del sovrintendente, accusandolo di aver dichiarato che la nomina fosse stata approvata all’unanimità dal Consiglio d’indirizzo, “cosa mai avvenuta”. Tortato ha infatti precisato che, secondo lo statuto della Fondazione, il Consiglio non ha titolo per esprimersi sulle nomine artistiche, essendo le sue competenze limitate a bilanci, programmazione e individuazione del Sovrintendente.

Le reazioni politiche e sindacali

Le dimissioni di Tortato hanno immediatamente innescato una prevedibile tempesta politica. Il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico veneziano sono insorti, vedendo nella decisione del consigliere la prova definitiva di un’ingerenza politica nella gestione del teatro. “A dimettersi dovrebbe essere chi ha nominato Venezi”, hanno tuonato gli esponenti del M5s in Commissione Cultura, definendo la nomina “uno sfregio ai lavoratori e al prestigio” della Fenice. Per il Pd, le dimissioni “mettono ‘a nudo il Re’, facendo cadere definitivamente il velo sull’ipocrisia che oggi pervade la governance del Teatro, dove la competenza viene sacrificata sull’altare della politica”.

Anche i sindacati, da tempo sul piede di guerra, hanno rincarato la dose. La Slc Cgil Veneto aveva già attaccato Colabianchi, sostenendo che la nomina gli fosse stata “imposta da Roma nella persona del sottosegretario Mazzi”. Le parole di Tortato hanno gettato ulteriore benzina sul fuoco, in un clima già avvelenato da mesi di proteste dei lavoratori e da un dibattito che ha visto l’orchestra stessa esprimere forti perplessità sulla scelta della direttrice.

Un feuilleton italiano: il contesto della nomina

La nomina di Beatrice Venezi, figura spesso associata a posizioni di destra, è stata controversa sin dal suo annuncio. Il sovrintendente Colabianchi l’ha difesa come “un investimento sul futuro”, sottolineando la giovane età della direttrice e la sua solida formazione, in linea con la tradizione direttoriale italiana. Tuttavia, le critiche hanno riguardato non solo l’aspetto politico, ma anche il profilo professionale, con alcuni orchestrali che hanno giudicato il suo curriculum non adeguato a un ruolo di tale prestigio internazionale.

Lo stesso Tortato, nel suo post, ha criticato anche alcune dichiarazioni pubbliche della stessa Venezi, che avrebbe definito la Fenice un “teatro con gestione anarchica”, parole ritenute inaccettabili e lesive dell’immagine dell’istituzione. La vicenda si è così trasformata in quello che lo stesso consigliere dimissionario ha definito un “vero e proprio feuilleton tutto italiano”, una saga che intreccia arte, potere, sindacato e politica sul palcoscenico di uno dei teatri più amati al mondo.

La crisi alla Fenice, esacerbata da queste dimissioni eccellenti, apre ora una fase di ulteriore incertezza e rischia di offuscare l’immagine internazionale di un’istituzione che è simbolo della cultura italiana. La musica, per ora, sembra essere finita in secondo piano, sovrastata dal frastuono delle polemiche.

Di euterpe

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