Una vittoria significativa per i diritti delle lavoratrici madri e un monito per le aziende sulla necessità di un’organizzazione del lavoro più flessibile e attenta alle esigenze familiari. Il Tribunale del Lavoro di Roma ha condannato la Karl Lagerfeld Italia II srl, società legata al celebre marchio della moda, per “discriminazione indiretta” nei confronti di una sua dipendente. La donna, commessa con contratto part-time in un punto vendita di un outlet, si era trovata a fronteggiare turni di lavoro incompatibili con la sua condizione di madre separata di una bambina di 8 anni.
La vicenda giudiziaria: una battaglia per la conciliazione
La lavoratrice, assistita legalmente dalla Filcams Cgil attraverso gli avvocati Carlo de Marchis e Flaminia Agostinelli, ha intrapreso un’azione legale dopo aver ripetutamente segnalato all’azienda l’impossibilità di conciliare gli orari imposti con le sue responsabilità genitoriali. Senza un supporto familiare e nell’impossibilità economica di sostenere il costo di una baby-sitter, la donna si vedeva costretta a utilizzare ferie e permessi per potersi prendere cura della figlia nei giorni in cui il suo turno di lavoro coincideva con il suo “turno genitoriale”. Questa situazione, come sottolineato in tribunale, non solo le causava un danno economico ma limitava di fatto la sua piena partecipazione alla vita aziendale.
La richiesta della commessa era semplice e ragionevole: un orario di lavoro “maggiormente prevedibile e compatibile” con la sua necessità di assistere la figlia. Aveva persino avanzato proposte concrete, come quella di lavorare a sabati e domeniche alterne, per trovare un punto d’incontro con le esigenze organizzative del datore di lavoro. Tuttavia, queste richieste non sono state accolte.
La sentenza: un provvedimento “apparentemente neutro” ma discriminatorio
La giudice Sigismina Rossi, nella sua sentenza, ha accolto pienamente la tesi della discriminazione indiretta. Il punto focale della decisione risiede nel concetto che un provvedimento aziendale, pur essendo “apparentemente neutro” e applicato a tutti i lavoratori, può di fatto tradursi in una discriminazione quando pone in una posizione di svantaggio una specifica categoria di dipendenti.
Nel dettaglio, la “modulazione oraria” praticata dall’azienda, sebbene destinata a tutto il personale, finiva per penalizzare in modo sproporzionato la lavoratrice in quanto madre con esigenze di cura familiare. La sentenza evidenzia come l’azienda non abbia compiuto “alcuno sforzo organizzativo, sia pure proporzionato, per mettere la ricorrente in condizioni di lavorare”. Questo, secondo il Tribunale, costituisce una violazione degli obblighi del datore di lavoro, tenuto a considerare le specifiche situazioni personali dei dipendenti.
La decisione del Tribunale di Roma si inserisce in un solco giurisprudenziale sempre più attento a tutelare la genitorialità e a sanzionare le discriminazioni di genere sul posto di lavoro, anche quando non sono dirette ed esplicite. La Corte di Cassazione, in altre sentenze, ha infatti ribadito come penalizzare il lavoro part-time, scelto in maggioranza da donne per esigenze di conciliazione, possa costituire una forma di discriminazione indiretta.
Il risarcimento e le implicazioni future
In conseguenza della riconosciuta illegittimità dell’assegnazione dei turni, la Karl Lagerfeld Italia II srl è stata condannata al risarcimento del danno non patrimoniale, quantificato in 5.000 euro, oltre al pagamento delle spese legali. Sebbene la cifra possa sembrare simbolica, il valore di questa sentenza va ben oltre l’aspetto economico. Essa rappresenta un precedente cruciale che rafforza la tutela dei lavoratori con responsabilità di cura e impone alle aziende una riflessione più profonda sulle proprie politiche di gestione del personale.
Questo caso sottolinea l’importanza di adottare modelli organizzativi flessibili e inclusivi, che non costringano i lavoratori, e in particolare le lavoratrici madri, a scegliere tra la carriera e la famiglia. La conciliazione tra vita professionale e vita privata non è un onere a carico del solo dipendente, ma una responsabilità condivisa che richiede un impegno concreto anche da parte del datore di lavoro. La sentenza del Tribunale di Roma lo ribadisce con chiarezza, tracciando un percorso verso un mondo del lavoro più equo e giusto.
